giovedì, Gennaio 27, 2022
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Aperitivo con… Mirko Cudini

Tante le maglia indossate: Sambenedettese, Avellino, Salernitana, Torino, Cagliari, Genoa, Ascoli, Vicenza, Perugia e oggi Monza.

Un tuffo nel passato e un ritorno ai primi ricordi dell’infanzia, nelle Marche…

“Che bimbo ero? Uno come tanti altri, che ha seguito la trafila di tutti, giochi, studi e  quotidianità . Da noi nelle Marche c’è la cultura delle aziende calzaturiere e, con entrambi i nostri genitori occupati nell’attività  di famiglia, io e mia sorella siamo stati molto spesso con i nonni, come del resto capita a molti bambini che hanno i genitori che lavorano. Insomma direi un’infanzia e un’adolescenza assolutamente serena e normale che poi ha subito una svolta, quando il calcio è diventato per me una professione”.

I primi calci ad un pallone insieme agli amici, per strada…

“Sì, come tanti. Purtroppo è un’abitudine che va via via scomparendo. Si vedono sempre meno bimbi che giocano per strada, all’aria aperta. Capisco  che oggi ci siano tanti problemi che una volta non c’erano: sicurezza e quant’altro. Però è un’usanza che viene meno: spesso lo noto e mi dispiace che i bambini si privino di un divertimento così bello. Mi piacerebbe che anche mio figlio, che oggi ha dieci anni, si potesse divertire come si faceva quando ero piccolo io. Dalle mie parti, capita ancora di vedere qualche volta i bambini che giocano in strada, riuscendo in questo modo ad essere più liberi e a sviluppare meglio le loro caratteristiche naturali. Però non so quanto durerà  ancora e questa cosa mi fa dispiacere”.

Mirko Cudini, un’infanzia serena, ma poi il calcio lo allontana presto dalla famiglia.

“Sì, cominciai a giocare, nella scuola calcio del mio paese. Ho avuto la fortuna di arrivare presto in una squadra professionistica, la Sambenedettese: lì ho fatto le giovanili e poi, a diciassette anni ho avuto un’altra fortuna, quella di esordire in prima squadra. Da lì è iniziata la carriera”.

Trentasei anni non sono molti,  ma per un calciatore è un’età  matura: tante squadre, tante città , esperienze diverse, e una, in particolare nel cuore…

“Salerno è stata la città  che ha lasciato sia a me che a mia moglie, qualcosa di più rispetto alle altre città  in cui abbiamo vissuto. Questo forse perchè erano i primi anni che si viveva fuori, o forse perchè lì  abbiamo vissuto esperienze positive sia professionali che personali. Salerno ci ha davvero trasmesso qualcosa di speciale”.

Quanto conta essere un giocatore di esperienza in una squadra eterogenea (anagraficamente, geograficamente e pertanto culturalmente) come il Monza di quest’anno?

“E’ sicuramente importante. Ci sono parecchi giocatori che, sebbene non giovanissimi, chi da nazionalità  diverse, chi da altre esperienze, chi da tante realtà  vissute diversamente, forse vanno un po’ più  seguiti e indirizzati, questo è vero. E io, come Iaco, e come altri che hanno un’esperienza maggiore rispetto a una parte della squadra, ci assumiamo questa responsabilità : sicuramente non ci pesa, anzi. E’ uno stimolo in più a far bene, e a dare qualcosa di positivo anche agli altri”.

La famiglia Cudini (Mirko e Stefania con Niccolò e Alessia) e il primo impatto con la città  di Monza?

“In realtà , all’inizio non erano questi i programmi: io avrei dovuto trasferirmi da solo a Monza perchè mia moglie segue l’attività  di famiglia e il bimbo più grande quest’anno frequenta la quinta. Insomma avevamo un po’ di problemi per lo spostamento. Però alla fine abbiamo visto che non era possibile andare avanti e indietro tutte le settimane  e quindi anche loro si sono trasferiti qui. Siamo tutti contenti di una realtà  come Monza, molto vicina alla nostra, a quella della nostra zona di origine. Sì, è una città  grande, ma nonostante sia vicina a Milano, è una realtà  diversa, una città  a misura d’uomo e alla portata di chiunque”.

Oltre al ricco bagaglio di esperienza, cosa porta Mirko Cudini all’interno dello spogliatoio?

“Sono uno che, al primo impatto, può dare l’impressione di essere un tipo molto chiuso e forse lo sono davvero. Però, quando entro in confidenza con le persone (e in questo caso con i compagni di squadra), poi sono uno tranquillissimo, forse una persona addirittura aperta. Ma la prima cosa che mi preme portare all’interno dello spogliatoio (o almeno desidero farlo) è la professionalità  e il senso di responsabilità  che uno deve avere per il proprio lavoro. Quando si tratta di scherzare, sono il primo a farlo, ma quando c’è da lavorare…”.

L’esperienza porta inevitabilmente a porsi a supporto della figura del mister, che in questo caso è più o meno un coetaneo…

“Cevoli conta molto su di noi più anziani, che, a nostra volta, puntiamo molto sulla squadra: sono ragazzi molto intelligenti e fino ad ora il rapporto con il gruppo è stato molto positivo. Sono ragazzi che hanno voglia di fare e di emergere”.

Ma un gruppo multietnico non porta a  difficoltà  di dialogo e di confronto?

“Nonostante ci siano ragazzi di nazionalità  diverse, molti di loro parlano italiano. Forse si può incontrare qualche difficoltà   in più con qualcuno di loro, ma niente di insormontabile. Sono ragazzi intelligenti, pur con caratteri e volontà  diverse,  e presto tutto sarà  superato. Per ogni eventualità , abbiamo chi fa da  traduttore (vedi Iaco per il francese e Chedric per l’olandese)”.

Quanto ti manca il mare?

“Questo è un tasto dolente. Devo ammettere che le città  in cui il mio lavoro mi ha portato e dove sono stato meglio, sono tutte città  di mare. E’ un elemento che mi manca molto. Quando torno al mare, anche se con i bimbi, non ho molto tempo, mi piace molto pescare. Però, devo ammettere che, purtroppo, contrariamente a tanti pescatori, non so cucinare”.

I gusti di Mirko Cudini:

“Lo confesso, poco cinema. Musica sì, soprattutto quella italiana e, in particolare Vasco Rossi e i cantautori. Hobby? Visitare le nostre città  italiane che sono bellissime e questo sempre con la mia famiglia”.

La nostra società  spesso spinge verso la prepotenza per raggiungere un’affermazione. Al contrario la timidezza è peculiarità  di sempre meno persone…

“Oggi, molto spesso riesce a ritagliarsi un posto chi è più prepotente, ma questo non è giusto. E’ vero che c’è una legge di strada non scritta, però essere timidi non deve essere sinonimo di farsi mettere i piedi addosso. Anche nel nostro lavoro, spesso chi si comporta bene, non trae benefici, mentre chi si comporta in maniera non professionale  a volte va avanti, a discapito di altri”.

Ai tuoi figli cosa insegni?

“Sicuramente ad essere educati  e rispettosi degli altri: penso che queste siano le basi per allevare i nostri figli”.

Che tipo di padre sei?

“Molto permissivo ed elastico e lascio molto spesso spazio alla loro iniziativa (ovviamente mi riferisco al maschietto che ha dieci anni, la bimba ha solo poco più di un anno ed è quindi ancora troppo piccola). Però divento molto severo quando vedo che le cose non vengono fatte nella giusta maniera”.

Un’ultima domanda per tornare a bomba: questo Monza dove può arrivare?

“E’ un Monza nuovo e ringiovanito, ma abbiamo basi molto importanti: la fiducia in noi stessi e un mister che sa come  insegnarci a giocare a calcio. Questo è un Monza che, se sa capire con costanza, o meglio con continuità , quello che sta affrontando, secondo me, può arrivare molto in alto”.

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