Le fragilità dell’adolescenza spesso restano nascoste dietro gesti quotidiani che, all’apparenza, non sembrano destare particolare preoccupazione. Cambiamenti nel comportamento, nel rapporto con il cibo o nell’umore possono però rappresentare segnali di un disagio più profondo, difficile da riconoscere anche per chi vive accanto ai ragazzi ogni giorno.

Per molte famiglie il momento in cui si comprende davvero la gravità della situazione arriva quando la sofferenza è già diventata difficile da gestire. Ed è proprio in quei momenti che emergono interrogativi dolorosi: cosa si sarebbe potuto vedere prima? Chi avrebbe potuto aiutare?

Le storie che parlano di disturbi del comportamento alimentare raccontano spesso percorsi lunghi e complessi, fatti di tentativi di cura, ricadute e difficoltà nel trovare strutture adeguate.

Ed è anche per questo che alcuni genitori scelgono di raccontare pubblicamente la propria esperienza: per trasformare un dolore personale in un messaggio di consapevolezza.

Camilla Cesana
Camilla / Frame video

Lissone, suicidio di una ragazza di 17 anni: la storia di Camilla e della bulimia

La vicenda arriva da Lissone, in provincia di Monza e Brianza. Come raccontato da FanPage, una ragazza di 17 anni, Camilla, nel 2023, si è tolta la vita buttandosi sotto un treno alla stazione di Lissone mentre stava tornando dalla struttura in cui era seguita per un disturbo del comportamento alimentare.

A raccontare la sua storia è il padre, soccorritore del 118, che quel giorno era in servizio. Dopo la segnalazione dell’incidente ha raggiunto la stazione con l’ambulanza, trovandosi davanti a una scena che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Il padre ripercorre il lungo percorso della figlia con la bulimia, iniziato quando Camilla aveva circa 15 anni. I primi segnali erano arrivati da amici e conoscenti che avevano notato cambiamenti evidenti: dimagrimento, comportamenti insoliti e un rapporto sempre più problematico con il cibo.

In casa, col tempo, erano emersi altri segnali: lunghe permanenze in bagno dopo i pasti, musica ad alto volume per coprire i rumori e una crescente chiusura in se stessa.

Bulimia e disturbi alimentari: il difficile percorso di cura

Quando la situazione è diventata più evidente, la famiglia ha iniziato a cercare aiuto. Non è stato semplice: inizialmente, racconta il padre, è stato difficile perfino accettare la natura della malattia, spesso fraintesa o sottovalutata.

Il primo ricovero in ospedale è arrivato dopo un episodio drammatico: nel tentativo di provocarsi il vomito, la ragazza aveva ingerito uno spazzolino.

Da quel momento è iniziata la ricerca di una struttura specializzata per i disturbi del comportamento alimentare. La famiglia ha contattato diversi centri in Lombardia, trovando infine una risposta nella struttura di Villa Miralago, dove Camilla è stata ricoverata per circa sei mesi.

Il percorso è stato fatto di miglioramenti e ricadute, come spesso accade nei casi di bulimia e anoressia. A un certo punto gli specialisti avevano concordato un rientro graduale a casa e la ripresa della scuola.

Ma pochi giorni prima del tragico gesto, Camilla aveva telefonato al padre dicendo che non riusciva più a restare nella struttura e che voleva tornare a casa.

Il padre della ragazza: “Ascoltare i segnali dei disturbi alimentari”

Dopo la morte della figlia, il padre ha deciso di parlare pubblicamente per sensibilizzare su un problema sempre più diffuso tra i giovani: i disturbi del comportamento alimentare.

Secondo il suo racconto, spesso i ragazzi mostrano solo una parte di ciò che stanno vivendo, mentre il disagio più profondo rimane nascosto.

Per questo il suo messaggio ai genitori è di prestare attenzione ai segnali e di ascoltare anche chi, dall’esterno, può accorgersi di cambiamenti nel comportamento dei ragazzi.

L’uomo ha inoltre evidenziato un problema strutturale: la difficoltà di trovare strutture sanitarie specializzate nei disturbi alimentari, soprattutto dopo l’aumento dei casi registrato negli anni successivi alla pandemia.

Secondo il padre della giovane, i tempi di attesa per accedere alle cure possono essere molto lunghi e non sempre le famiglie riescono a sostenere economicamente i percorsi terapeutici necessari.

Raccontare la storia di Camilla, spiega, è diventato per lui un modo per dare un senso al dolore e cercare di evitare che altre famiglie possano vivere una tragedia simile.