A quasi quarant’anni dal disastro di Chernobyl, le tracce della nube radioattiva non sono del tutto scomparse. Anche in Lombardia emergono segnali, seppur deboli e costantemente monitorati.

Il punto, però, è un altro: il pericolo più concreto oggi non arriva dal passato, ma da dentro le case.


Tracce ancora presenti negli alimenti

Secondo gli ultimi dati di Arpa Lombardia, una parte dei campioni analizzati presenta ancora Cesio 137 riconducibile al disastro del 1986. Si tratta del 32% dei campioni, in particolare legati a prodotti come selvaggina, funghi spontanei e pesci di lago.

Il valore più alto registrato ha raggiunto i 707 Bq/kg in un campione di funghi, superando il limite europeo fissato a 600 Bq/kg. Tuttavia il dato va contestualizzato: il consumo di questi alimenti è generalmente limitato e, di conseguenza, la dose assorbita resta considerata trascurabile dal punto di vista sanitario.


Aria sotto controllo: nessun allarme reale

Le analisi sul particolato atmosferico hanno rilevato tracce minime di Cesio 137 anche nell’aria. Il valore massimo registrato è stato di 1,6 microBq/m3, una concentrazione ritenuta non significativa per la salute.

In altre parole, l’eredità di Chernobyl esiste ancora, ma oggi non rappresenta un rischio concreto per la popolazione.


Il vero pericolo è il radon

Il rischio reale è molto più vicino e meno percepibile. Si chiama radon, un gas naturale che si sviluppa dal suolo e tende ad accumularsi negli ambienti chiusi, soprattutto nei piani bassi e nelle abitazioni poco ventilate.

È considerato la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta, e proprio per questo rappresenta una minaccia più attuale rispetto alle tracce residue del passato.


I numeri in Lombardia

Secondo il Piano nazionale radon 2023-2032, in Lombardia su 5.755 casi annui di tumore polmonare circa il 15% è attribuibile all’esposizione al radon nelle abitazioni. Una percentuale tra le più alte a livello nazionale.

In regione sono inoltre novanta i Comuni classificati come aree prioritarie, dove una quota significativa degli edifici supera il livello di riferimento di 300 Bq/m3.


Un rischio diffuso, non solo in montagna

Le aree considerate più esposte si trovano spesso in zone montane, ma questo non significa che il problema sia limitato lì. Al contrario, il numero complessivo di casi può essere più alto nelle zone densamente abitate della pianura, proprio per la maggiore concentrazione di popolazione.

C’è poi un elemento chiave da considerare: non esiste una soglia al di sotto della quale il rischio sia nullo.


Conclusione

Quarant’anni dopo, Chernobyl resta una presenza silenziosa ma sotto controllo. Il vero nemico oggi è invisibile, quotidiano e spesso ignorato.

Il radon non fa rumore, non si vede e non si percepisce, ma incide sulla salute più di quanto si pensi. E la differenza, questa volta, la fanno informazione e prevenzione.