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“Il protagonista della mia storia è un papà. Un papà che si svegliava ogni mattina con le prime luci dell'alba, ancora immerso nei sogni mattutini, durante la notte non dormiva tanto, quando riapriva gli occhi aveva la tiepida speranza di avere confuso la realtà con l'incubo. Si alzava lentamente, la sua andatura era pensata, non muoveva mai un passo senza avere verificato di non disturbare nessuno. Indossava i suoi completi più eleganti, abbinati a una camicia impeccabile e scarpe rigorosamente nere”. 

A raccontare questa storia sui social Francesca Ferri, la donna che lo scorso anno perse per un brutto male il figlio Lorenzo e di cui si è occupata la stampa italiana per l'appello lanciato poco prima di morire. “Inviate a Lorenzo una foto insieme ad un animale”. La donna, oggi, ha raccontato sui Facebook la storia di un papà che aveva conosciuto in quei giorni drammatici. 

 "I capelli di quell'uomo erano lunghi e castani, forse ingrigiti dagli anni, li teneva legati con un elastico sottile. Il suo volto era indurito, i suoi occhi celesti riuscivano leggermente ad addolcirlo. Portava con sé il suo libro, ogni volta un libro diverso. Non andava al lavoro come avrebbe fatto qualunque papà.. Lui si recava in ospedale, precisamente al quarto piano del Padiglione 13. Accompagnava suo figlio a fare terapia, controlli, visite. Oppure si recava al quinto piano in uno dei ricoveri programmati o non programmati. Leggeva tutto il giorno, indossando gli occhiali da vista, sempre in disparte, verificando sempre che il suo bambino fosse al sicuro e vicino. I nostri figli si conoscevano, suo figlio era un veterano, aveva solo un anno in più di Lory ma era ammalato fin da piccino. Aveva imparato tutti i trucchi per evitare nausea e vomito da chemioterapia. Da lui avevamo imparato a distrarci giocando a carte con dosi massicce di ifosfamide, riuscivamo persino a disegnare con la vincristina. Mangiavamo pop corn con adriamicina. Un giorno l'ascensore si ruppe. Quattro piani di scale. Suo figlio arrivò per primo, io e Lorenzo subito dopo, il papà arrivò sfinito. Per la prima volta, complice le scale, vidi uno sguardo diverso. Faticava a respirare, era in affanno, non dalle scale ma da anni di dispiaceri, da anni di speranze frantumate. Stemperai l'imbarazzo sorridendo. Arrivò la confidenza e un giorno gli chiesi perché si vestisse così elegante. Io indossavo tute. Lui mi disse che non viveva nel suo paese, che la moglie con gli altri suoi figli era lontana, non aveva parenti, aveva perso il lavoro ma ci teneva a sentirsi "qualcuno" per le persone che incontrava. Disse "chi assumerebbe un uomo che si deve assentare sempre per curare suo figlio?" Il suo lavoro era la sua missione, assistere suo figlio, salvargli la vita e sperava di essere riconosciuto per questo. Suo figlio morì una settimana dopo mio figlio Lorenzo".  

La donna ha concluso il post con un appello: 

“Guardateci con un valore aggiunto, non come anime disperate ma come persone che sono riuscite a sopravvivere dignitosamente all'inferno. Persone addolorate ma preziose per tutto quello che possono insegnarci”.

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