Il farmaco che ha cambiato la leucemia: la storia dell’imatinib raccontata a Monza
Al San Gerardo il racconto di Carlo Gambacorti-Passerini, tra i protagonisti dello sviluppo dell’imatinib.
Per anni la leucemia mieloide cronica è stata una malattia con possibilità terapeutiche molto più limitate di quelle attuali. Poi, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, qualcosa cambiò: una molecola pensata per colpire uno dei meccanismi biologici alla base della malattia dimostrò che era possibile intervenire in maniera selettiva sulle cellule tumorali. Quella molecola era l’imatinib, destinato a diventare uno dei simboli della medicina di precisione.
Tra i ricercatori che parteciparono a quella stagione scientifica c’era Carlo Gambacorti-Passerini, oggi direttore della Struttura complessa di Ematologia dell’IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza. Una storia che il medico ha deciso di raccontare nel libro La speranza oltre la siepe. La vera storia dell’imatinib e della leucemia mieloide cronica, pubblicato da Àncora Editrice e presentato venerdì 18 settembre proprio al San Gerardo.

Accanto all’autore sono intervenuti il presidente della Fondazione Claudio Cogliati, Laura Porta, psicoanalista, giornalista e docente IRPA, Milena Provenzi, medico psichiatra, e Francesco Onida, direttore della Struttura complessa di Oncoematologia dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco.
Un volume di appena 104 pagine che racchiude però una vicenda lunga decenni. Le prime note furono scritte dallo stesso Gambacorti-Passerini quando gli eventi erano ancora vicini, tra la fine degli anni Novanta e il decennio successivo, per essere poi riprese e organizzate tra il 2023 e il 2025.
Il medico e il ricercatore, due mestieri mai separati
Milanese, classe 1957, Gambacorti-Passerini è professore di Medicina interna ed Ematologia all’Università di Milano-Bicocca, dove dirige anche la Scuola di specializzazione in Ematologia.
La sua carriera si è sviluppata lungo un confine che, nel suo modo di intendere la professione, in realtà non è mai esistito: quello tra il medico che cura il paziente e il ricercatore che cerca di capire perché una malattia si comporti in un determinato modo.
«Ho sempre concepito il fare il medico e il fare il ricercatore come una cosa sola», ha spiegato. Il medico osserva fenomeni che ancora non comprende, si domanda perché avvengano e prova a trovare una risposta. Non soltanto per curiosità scientifica, ma perché la missione della medicina, nella sua visione, non consiste esclusivamente nell’assistere chi è malato: significa anche cercare di offrire qualcosa di migliore a chi verrà dopo.
Quando la leucemia mieloide cronica cambiò volto
L’avvento degli inibitori delle tirosin-chinasi, a partire dall’imatinib all’inizio degli anni Duemila, ha modificato profondamente la storia naturale della leucemia mieloide cronica. Per molti pazienti che rispondono alla terapia, una patologia un tempo associata a prospettive molto più severe può oggi essere controllata a lungo, con un’aspettativa di vita che può avvicinarsi a quella della popolazione generale.
Gambacorti-Passerini fu tra i ricercatori che contribuirono allo sviluppo preclinico e clinico della molecola. Alla fine degli anni Novanta, il suo gruppo lavorò sulla possibilità di bloccare il bersaglio molecolare responsabile della proliferazione delle cellule malate, contribuendo a costruire le basi sperimentali che avrebbero preceduto l’impiego del farmaco nei pazienti.
Francesco Onida ha ricordato quanto quella scoperta abbia modificato non soltanto una singola malattia, ma anche il modo di pensare le terapie oncologiche. Quando insegna la leucemia mieloide cronica, ha raccontato, quella è una delle lezioni più significative proprio perché permette di mostrare come la ricerca abbia trasformato completamente il destino clinico della patologia.
L’imatinib divenne infatti uno dei grandi modelli della terapia “target”, cioè di una cura costruita per agire contro uno specifico meccanismo biologico della malattia.
Eppure, all’inizio, quella fiducia non era affatto scontata.
«Quando abbiamo iniziato a studiare questo farmaco nell’uomo, alcuni colleghi mi guardavano quasi sorpresi», ha ricordato Gambacorti-Passerini. I risultati ottenuti in laboratorio gli avevano però dato una convinzione fortissima. Tanto da riassumerla con una frase che conserva ancora oggi il tono di quegli anni: «Se non funziona questo, non funziona neanche l’acqua santa».
Dietro una scoperta non c’è soltanto la scienza
La speranza oltre la siepe non è però soltanto il racconto celebrativo di un farmaco di successo.
Dentro quelle pagine entrano anche la burocrazia, le rivalità tra ricercatori, i rapporti con l’industria farmaceutica, gli interessi economici, le resistenze dell’ambiente accademico e tutte quelle decisioni che possono accelerare oppure rallentare una sperimentazione.
È qui che la “siepe” scelta per il titolo assume il suo significato più ampio.
Per Laura Porta la siepe può essere la malattia, ma anche il sistema che circonda la ricerca: burocrazia, interessi personali, invidia, narcisismo. La speranza, in questa lettura, non coincide con un ottimismo ingenuo. È piuttosto la capacità di vedere l’ostacolo e continuare comunque a cercare una strada per superarlo.
Milena Provenzi ha proposto una prospettiva ancora diversa: la siepe non rappresenta soltanto ciò che impedisce di vedere, ma anche ciò che costringe a immaginare ciò che esiste dall’altra parte. E proprio da ciò che ancora non si vede può nascere un nuovo modo di curare.
«Le persone cambiano, i concetti rimangono»
C’è infine una ragione personale dietro la decisione di mettere ordine, oggi, negli appunti accumulati nel corso degli anni.
Per Gambacorti-Passerini è arrivato il momento in cui una carriera scientifica può essere osservata anche dalla parte di chi viene dopo. Non tanto per lasciare un monumento a ciò che è stato fatto, quanto per trasmettere un metodo.
«Le persone cambiano, i muri cadono, le cose materiali scompaiono. Un concetto, invece, può resistere al tempo», ha spiegato.
E proprio qui il racconto dell’imatinib smette di essere soltanto la storia di un farmaco. Diventa quella di una generazione di medici e ricercatori che provò a trasformare un’intuizione di laboratorio in una possibilità concreta per i pazienti.
Alla fine, la lezione che Gambacorti-Passerini affida ai giovani è forse la più semplice: sapere quando continuare a cercare, ma anche quando lasciare spazio a chi viene dopo. Perché i ricercatori passano. Le idee, quando funzionano, possono restare molto più a lungo.



