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La tragedia di Crans-Montana ha colpito tutti. Per la violenza dell’evento, per l’età delle vittime, per il luogo in cui è avvenuta: uno dei simboli della sicurezza, del benessere, dell’Europa che funziona.
E invece no.

Meno condizionali, più fatti: la responsabilità dell’informazione nelle emergenze

Dal punto di vista informativo, va detto con onestà: la copertura è stata buona. In un giorno festivo, con redazioni ridotte e turni complessi, molte testate hanno attivato dirette live fin dal mattino, garantendo aggiornamenti costanti e presenza sul campo. Non era scontato, e va riconosciuto.

Ma proprio nelle emergenze, proprio quando l’emotività è massima, il giornalismo è chiamato a fare un passo in più. Non in velocità, ma in rigore.

In queste ore abbiamo sentito troppe volte frasi come: “forse i morti potrebbero essere decine”, “si teme che il bilancio possa aggravarsi”, “non si esclude che…”.
No. Non si fa.

Il condizionale è uno strumento legittimo, ma va usato con parsimonia. Perché ogni parola, in casi come questi, pesa. Pesa sui familiari, pesa su chi è in attesa di notizie, pesa su chi legge cercando certezze in mezzo al caos.

Meglio una notizia in meno.
Meglio aspettare una conferma ufficiale.
Meglio dire “non lo sappiamo ancora” piuttosto che ipotizzare scenari peggiori.

La diretta è fondamentale.
La tempestività è un valore.
Ma la responsabilità viene prima di tutto.

Un’informazione solida non rincorre l’ansia, non amplifica il panico, non trasforma l’incertezza in titolo. Governa il flusso, filtra le fonti, protegge i lettori. È questo che distingue il rumore dal giornalismo.

Raccontare tragedie come questa significa ricordarsi che dietro ogni numero ci sono persone, famiglie, storie spezzate. E che il nostro lavoro, anche quando corre veloce, non può permettersi di perdere lucidità.

Perché l’informazione non serve solo a sapere cosa sta accadendo.
Serve a capirlo, senza fare altri danni. Stefano Peduzzi - direttore MonzaNews