giovedì, Gennaio 27, 2022
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Amarcord Biancorossi – Estate 1978: quando Ascoli e Monza si scambiarono due grandi portieri


Indimenticabile estate del 1978. Sandro Pertini diventa Presidente della Repubblica, i TG dedicano ampio spazio al G7 di Bonn mentre nasce Louise Brown, la prima bimba in provetta. Dai juxebox autentici capolavori: Sara e Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti, Generale di Francesco De Gregori, Pensiero Stupendo di Patty Pravo. E scusate se è poco. Ai mondiali in Argentina il miglior calcio lo giocano Italia ed Olanda ma i padroni di casa ‘devono’ vincere. E vincono. El Flaco Menotti, il CT, Mario Kempes, il bomber, ed el Caudillo Passarella alzano una Coppa preconfezionata dalla sanguinaria regia del dittatore Videla mentre le madri coraggio a Plaza de Mayo chiedono verità sui loro figli desaparecidos per mano del feroce regime.

Indimenticabile la mia estate del 1978. Avevo 14 anni, ero al mare con i nonni, la mia personalissima, crudele Videla era la prof che mi aveva rifilato un immeritato esame di riparazione in Greco (media del 5,8 portata a 4 solo per rovinarmi le vacanze). La mia Plaza de Mayo era Piazza Trento e Trieste a Monza, sede del Liceo Classico Zucchi. Alternavo la stressante traduzione di versioni di Tucidide ed Erodoto alla rilassante lettura di una compagna fedele e preziosa: La Gazzetta dello Sport.

Fu così che in una calda mattina di luglio venni a sapere dello scambio di portieri tra il mio Monza ed il neopromosso Ascoli dei record: dopo una sola stagione in biancorosso Felice Pulici se ne andava nelle Marche per tornare in Serie A mentre Roberto Marconcini – estremo difensore che tanti meriti aveva avuto nella trionfale cavalcata cadetta dei bianconeri di Mimmo Renna – faceva il percorso inverso e diventava il nuovo numero uno della squadra del riconfermato Alfredo Magni. Il ragazzino che ero aveva accolto con entusiasmo l’arrivo di Pulici nell’ottobre 1977 soprattutto perchè quello scudetto vinto pochi anni prima (1974) a difesa della porta della Lazio di Maestrelli profumava già allora di leggenda. Brianzolissimo di Sovico, Felice scelse il Monza nel mercato autunnale dopo un duro faccia a faccia con Vinicio che gli preferiva Garella. I tifosi biancocelesti – che amavano profondamente il portiere dello scudetto – coniarono ad arte il termine “garellate” per sottolineare gli errori di un estremo difensore reo ai loro occhi di usurpazione di mito.

Da parte mia non ho ricordi di parate clamorose e decisive di Pulici nella sua unica stagione monzese ma conservo la sensazione di grande sicurezza che conferiva alla difesa con il suo stile sobrio ed asciutto. Quando lessi la notizia del suo passaggio all’Ascoli di Rozzi (dove disputò tre ottimi campionati con un fantastico 5° posto e due tranquille salvezze) mi tornarono in mente le parole che per tutto il campionato mi aveva ripetuto papà: “Pulici è un portiere da Serie A”. Già. Ed invece un numero uno che la Serie A la aveva appena (ri)conquistata la (ri)lasciava per (ri)mettersi in gioco in una piazza che la Serie A la inseguiva ma non la otteneva. Mai. Roberto Marconcini in paradiso ci era arrivato già due volte (Perugia 1974-75) ed Ascoli 1977-78) e con gli umbri di Castagner era stato protagonista di due grandi tornei (8° posto nel 1975-76 e 6° nel 1976-77). Mi aveva ‘gasato’ il titolo della Gazza che ufficializzava il trasferimento del portiere di Montecatini Val di Cecina alla corte del Presidente Cappelletti: “Monza, Marconcini sa come si fa !” … Non andrà così per un soffio (spareggio di Bologna). Non andrà così perché Mazinga può salvare la terra, mica spezzare le maledizioni … Non andrà così eppure per quel ragazzino che un po’ sarà sempre dentro di me Marconcini è stato “il portiere” del “mio” Monza. Notare le virgolette, please.

Certo, Giuliano Terraneo ha rappresentato tanta roba e Felice Pulici ha portato significati intriganti. Ma tra gli estremi difensori ce ne sono due che nel mio immaginario stanno una spanna sopra gli altri: Luciano Castellini nei racconti di papà e – appunto – Roberto Marconcini nei ricordi personali. Imponente, monumentale, sicuro nelle uscite, pochi fronzoli e tanta sostanza tra i pali. Un autentico pilastro. Una garanzia assoluta. Non sono sicurissimo e chiedo anticipata venia ma penso che il soprannome Mazinga gli sia stato attribuito per la presa d’acciaio. La sua storia in biancorosso divenne leggenda il 20 Aprile 1980 quando le sue lacrime gli bagnarono i baffi e commossero il Sada: il pistoiese Luppi aveva appena pareggiato al minuto 90 il gol di Corti esattamente una settimana dopo l’inesistente rigore del comasco Nicoletti pure al minuto 90. Lacrime di rabbia e di impotenza di un omone grande e grosso. Lacrime di chi aveva capito che la maledizione sarebbe stata ancora una volta più forte dei sogni. Lacrime non di resa ma di struggente umanità. Lacrime che fecero capire al ragazzino che un po’ sarà sempre dentro di me che non ci si deve vergognare di piangere. Lacrime come sintesi perfetta tra un grande portiere, l’invincibile Mazinga, ed un dolce uomo: Roberto Marconcini.

Fiorenzo Dosso

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