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Jeda, "Figlio del grande fiume" - Una storia di resilienza firmata Maurizio Malavasi

Scritto da Antonio Sorrentino  | 

Quella raccolta da Maurizio Malavasi (Figlio del grande fiume - La mia avventura dall'Amazzonia alla Serie A, Edizioni Ultra Sport) è una biografia, certo. Ma è anche e soprattutto un sogno che intorpidisce ancora il risveglio su un'amaca nella foresta amazzonica e che col passare degli anni (e delle tappe calcistiche) assume il carattere di storia da raccontare. .. E da cui imparare, come fosse una delle lezioni tenute da Donna Lucia, la maestra di Piraquara. Già, in Italia è noto come Jeda, punta che svaria lungo il fronte dell'attacco, ma che sa realizzare 67 gol tra i cadetti (secondo marcatore straniero in Serie B) e mettere in calce la propria firma a imprese di popolo: la promozione a Palermo e le salvezze a Cagliari e Lecce. Ma questa è la vita di Jedaìas.. Che cresce in mezzo a quella natura "incontaminata, pura e selvaggia" che nasconde il cuore pulsante del Brasile, a Nord. Che riceve dal Rio degli Amazzoni, il "grande fiume che circonda il villaggio" l'insegnamento primario: saper aspettare, perché è "questione di tempo". Che a piedi nudi insegue il pallone, collante della comunità e (lo imparerà, abbandonandola) linguaggio universale. Perché per capire chi sei e migliorare il carattere chiuso, o la condizione economica, non basta un battello che conduca fino a Santarém, fino al gialloverde del Veterano o al biancorosso dell'America, fino al San Francisco o al San Raimundo, fino alla metropoli.. San Paolo, sponda Corinthians: e la mente aperta verso la vita che non sia solo pallone, se no come potresti reggere l'urto dell'Europa, passare da Palermo a Catania, dialogare a muso duro coi tifosi, prediligere la salvezza "impossibile" di Cagliari alla "comoda" promozione col Bologna, o spendere briciole di carriera nel sottobosco per poter insegnare ai ragazzini? L'Italia meta, Viareggio che è la va o la spacca. Che respinge il Vitòria, o seduce il Campinas. Il mito Careca, certo: ma è tempo di Reggina-Vicenza, il grande calcio italiano che fu, quella sì è nostalgia. La nostalgia per un gesto tecnico sempre più scomodo, e raro. Il rimpianto per non ritrovare un altro Eliseo quassù. Un altro gradino, un altro allenamento: tenuta fisica da lucidare, i dettagli. Quelli fanno la differenza, si sa. La lezione ora è la forza mentale, senza la quale non potresti "pensare velocemente a dove mettere la palla, o a proteggerla" così bene, perché l'emotività arriva dove è già arrivata la tecnica e i calciatori non sono super - eroi, "hanno giorni sì e giorni no", come in fondo la millenaria stagione del Grande Fiume dice. Perché sono Morosini, sono Astori: e muoiono. E cento aneddoti: i Campioni del Mondo Grosso e Toni, i complimenti di Scolari, la musica dei gemelli Filippini, la sinergia con Ricchiuti, l'amicizia con Adriano, la rimonta di Siena, la stima per Gasperini ("Con lui ho imparato a fare tutti i ruoli d'attacco, possesso - palla in verticale e scarsa attenzione verso la tattica rivale: record di 15 gol personale" correndo, correndo tanto), la rete a Bucci, il 3-2 da Madama, Max Allegri al servizio, il matrimonio con Eva ("Mi ha insegnato prima a non avere paura dei sentimenti e poi dato la sveglia affinché alla fine non monti rabbia, o frustrazione"), un Mondo genuino ("Se questo giocatore torna a giocare e a fare ciò che sa, ci toglieremo soddisfazioni), a San Pellegrino Terme col premio USSI Sardegna. Che è Amazzonia, "sudore, sacrificio, generosità, identità, cromosomi, sangue, isolamento, terra, habitat". Ma questi aneddoti non saranno raccontati ai ragazzini che allenerà.. Quelli vanno solo accompagnati.. Recensione a cura di Antonio Sorrentino