Martedì 11 settembre 2001 Monza si preparava a una festa.

Cinque giorni dopo era in programma il Gran Premio d’Italia. Michael Schumacher aveva già conquistato il Mondiale di Formula 1, la Ferrari anche il titolo costruttori. Le previsioni parlavano di circa 60mila posti in tribuna già venduti e di 150mila spettatori attesi nell’intero fine settimana.

Poi, alle 14.46 italiane, il primo aereo colpì la Torre Nord del World Trade Center.

Il mondo cambiò nel giro di poche ore. E cambiò anche il Gran Premio di Monza.

Gli attentati di al-Qaeda contro New York e Washington provocarono 2.977 vittime. A migliaia di chilometri di distanza, la Formula 1 si trovò improvvisamente davanti a una domanda che superava lo sport: era giusto correre?

A Monza la paura entrò nel paddock

Le cronache contemporanee restituiscono un clima molto diverso da quello abituale del Gran Premio d’Italia.

Il 14 settembre l’Unità descriveva un paddock «insolitamente triste», con la tragedia americana sui volti di meccanici, piloti e dirigenti. Nello stesso resoconto comparivano anche i timori per possibili attentati e l’incertezza che accompagnava un evento capace di riunire decine di migliaia di persone nello stesso luogo. 

La Formula 1 decise comunque di andare avanti. Già il 12 settembre, il giorno dopo gli attentati, si discuteva non soltanto del GP di Monza ma anche del futuro appuntamento di Indianapolis e dei rischi legati alla sicurezza di una manifestazione con circa 200mila spettatori. 

Paul Stoddart, patron della Minardi e uomo con interessi nel settore aereo, parlò apertamente delle difficoltà negli spostamenti e dei controlli straordinari che sarebbero seguiti.

Non erano più le normali preoccupazioni di una vigilia di gara.

Montezemolo cancella la festa Ferrari

La Ferrari arrivava a Monza da dominatrice della stagione. Doveva essere il grande abbraccio dei tifosi alla squadra campione del mondo.

Luca di Montezemolo decise invece di cancellare i festeggiamenti.

Il presidente della Ferrari, profondamente colpito anche per il proprio legame personale con New York, spiegò che Monza non sarebbe stata «una grande festa», ma soltanto una giornata di sport.

La cena Ferrari con la stampa venne cancellata. Furono eliminati altri appuntamenti collaterali e il pubblico venne invitato a vivere il fine settimana con sobrietà.

E i tifosi risposero.

Le cronache del sabato raccontano migliaia di ferraristi presenti alle qualifiche, ma senza l'atmosfera da festa che normalmente accompagnava Monza. Poche trombe, meno bandiere agitate, applausi contenuti. Montezemolo aveva chiesto rispetto e dagli spalti arrivò una risposta insolitamente composta. 

Tra le bandiere visibili sulle tribune comparvero anche quelle degli Stati Uniti. 

Tre minuti di silenzio e dieci minuti senza motori

Venerdì 14 settembre arrivò uno dei momenti più impressionanti.

Per aderire ai tre minuti di silenzio proclamati in Europa, il programma delle prove venne modificato. Le monoposto terminarono anticipatamente la sessione e i team decisero che per una finestra di dieci minuti nessun motore sarebbe stato acceso.

A Monza, il luogo del rumore per eccellenza, il silenzio diventò il gesto più forte. 

Non fu l'unico.

La Ferrari eliminò ogni sponsor dalle F2001, dalle tute dei piloti e dall'abbigliamento della squadra. Il rosso delle monoposto venne interrotto da un muso completamente nero.

Un'immagine destinata a entrare nella storia della Formula 1.

Non solo Ferrari: le bandiere americane sulle monoposto

La nuova ricerca consente di aggiungere un particolare interessante: il lutto non riguardò soltanto Maranello.

La Jaguar utilizzò elementi neri sulle proprie vetture. I piloti Williams indossarono fasce nere al braccio. Sulla Jordan, Deutsche Post sostituì parte della propria presenza pubblicitaria con la bandiera degli Stati Uniti.

Diverse squadre cancellarono feste e appuntamenti previsti nel corso del weekend. 

Monza continuava formalmente a essere il centro mondiale della Formula 1, ma per alcuni giorni sembrò quasi che il risultato sportivo fosse diventato secondario.

Schumacher: «Difficile trovare le parole»

Michael Schumacher apparve profondamente scosso.

Nella conferenza stampa del giovedì spiegò quanto fosse difficile trovare parole capaci di descrivere ciò che era accaduto. Parlò delle vittime e della vicinanza della Formula 1 alle persone colpite.

Il disagio del tedesco andò oltre le dichiarazioni ufficiali. Nei giorni successivi emerse quanto poco desiderasse correre e quanto fosse difficile per lui concentrarsi sulla gara.

Jean Todt avrebbe raccontato dopo il GP che Schumacher aveva corso da professionista, ma che «il suo cuore» non era realmente sul circuito. Ferrari gli aveva persino lasciato la possibilità di non partecipare.

Poi, alla vigilia della corsa, arrivò un'altra notizia terribile: il gravissimo incidente di Alex Zanardi al Lausitzring.

Il clima diventò ancora più pesante.

La domenica più silenziosa di Monza

Il 16 settembre il Gran Premio si corse.

Prima della partenza piloti e pubblico osservarono un altro minuto di silenzio.

Furono cancellati il tradizionale sorvolo delle Frecce Tricolori e altre cerimonie. Sul podio non ci sarebbe stato lo champagne.

Juan Pablo Montoya conquistò la sua prima vittoria in Formula 1 davanti a Rubens Barrichello e Ralf Schumacher.

Ma anche dopo il traguardo Monza rimase composta. Le cronache dell'epoca raccontarono applausi quieti, poche trombe e festeggiamenti ridotti al minimo. Montoya salì sul podio con una fascia nera. 

Schumacher concluse quarto.

Le sue parole raccontarono meglio di qualsiasi classifica lo stato d'animo di quelle ore: era contento che quel fine settimana fosse finalmente terminato.

«Un GP pesante»: il ricordo della voce dell’Autodromo

Molti anni dopo Luigi Vignando, storico speaker dell'Autodromo di Monza, avrebbe ricordato proprio quell'edizione tra le più difficili della sua lunghissima esperienza.

«Un Gp pesante», lo definì ricordando insieme le Torri Gemelle e l'incidente di Zanardi.

Eppure spiegò anche il sentimento con cui si decise di andare avanti: bisognava continuare per le migliaia di tifosi arrivate a Monza.

È forse una delle testimonianze locali che meglio restituiscono la contraddizione di quei giorni: il desiderio di fermarsi e, contemporaneamente, la necessità di proseguire.

Da Carate a Monza, un pezzo dei soccorsi di Ground Zero

Negli anni successivi il legame tra la Brianza e la memoria dell'11 settembre ha assunto anche forme molto concrete.

Nel dicembre 2016, durante le celebrazioni di Santa Barbara, sotto l'Arengario di Monza venne esposto un mezzo decisamente particolare: un'autopompa proveniente dagli Stati Uniti e utilizzata durante i soccorsi seguiti all'attacco alle Torri Gemelle.

Il mezzo era stato completamente restaurato da un cittadino di Carate Brianza. Quel giorno arrivò nel cuore di Monza insieme ai mezzi dei vigili del fuoco, trasformandosi in un pezzo tangibile della storia dell'11 settembre portato in Brianza. 

Vimercate e i pompieri delle Torri Gemelle

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La memoria passò inevitabilmente anche dai vigili del fuoco.

Nel 2011, in occasione del decennale, il Comune di Vimercate organizzò l'apposizione di una targa commemorativa alla caserma dei vigili del fuoco volontari di via Brianza.

Il coordinatore Gianpaolo Maggi ricordò il sacrificio delle vittime e dei colleghi americani, spiegando che i pompieri vimercatesi si sentivano vicini a chi aveva perso la vita durante i soccorsi al World Trade Center. 

Dodici anni dopo, nel settembre 2023, otto vigili del fuoco del Comando provinciale di Monza e Brianza parteciparono insieme ai colleghi milanesi alla “Salita dei 110 piani”.

Percorsero più volte la torre di addestramento della caserma di via Messina fino a raggiungere simbolicamente l'altezza delle Torri Gemelle, ricordando i pompieri morti a New York.

Venticinque anni dopo

L'11 settembre 2001 non avvenne a Monza.

Eppure, per una singolare coincidenza del calendario, una delle prime grandi manifestazioni sportive mondiali chiamate a confrontarsi pubblicamente con quella tragedia si svolse proprio qui, appena cinque giorni dopo.

Monza aveva preparato bandiere, motori e champagne per celebrare la Ferrari.

Si ritrovò invece con i motori spenti, le feste cancellate, le bandiere americane sugli spalti e due Ferrari rosse con il muso nero.

Venticinque anni dopo è forse questa l'immagine locale più potente di quella settimana: il circuito che vive di rumore costretto per qualche minuto al silenzio.

E una città pronta alla festa che, davanti alla storia, scelse il lutto.

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