Dolomiti, Uncem: “Non è overtourism, ma picchi di presenze da gestire”
Le code per i krapfen riaccendono il dibattito sulle Dolomiti. Uncem: il problema sono i picchi turistici e la gestione dei flussi.
Le immagini delle lunghe code al rifugio Friedrich August, ai piedi del Sassolungo, hanno trasformato dei krapfen in un caso nazionale. Migliaia di persone hanno aspettato per acquistare e fotografare il dolce diventato virale sui social, riaccendendo il dibattito sull’overtourism nelle Dolomiti. Ma quelle immagini raccontano davvero una montagna presa d’assalto? Secondo Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem, no. O almeno, non raccontano da sole il problema. La questione, spiega, è più complessa: non si tratta tanto di un sovraffollamento generalizzato quanto di picchi di presenze concentrati in determinati luoghi e periodi dell’anno. Ed è proprio questa distinzione che merita attenzione. Perché dietro la fotografia della fila per un krapfen c’è una domanda molto più importante: come si può gestire il turismo senza trasformare la montagna in un luogo costruito soltanto per chi arriva da fuori?
Code per i krapfen, ma il problema è quello dei picchi turistici
Bussone invita innanzitutto a non trasformare l’episodio del rifugio Friedrich August in una fotografia dell’intero turismo montano italiano. Secondo il presidente di Uncem, episodi simili esistono da decenni e appartengono più al costume e al folklore che alla rappresentazione complessiva del turismo in montagna. La novità, semmai, è la capacità dei social di amplificare immagini particolari e trasformare rapidamente un luogo o un’esperienza in una meta da raggiungere. Il punto, quindi, non sarebbe il singolo rifugio preso d’assalto per un prodotto diventato famoso online. Il problema arriva quando grandi quantità di visitatori si concentrano nello stesso posto nello stesso momento. “Più che di overtourism bisogna parlare di picchi”, spiega Bussone. È una differenza importante. Perché il territorio montano rappresenta quasi il 50% dell’Italia e, secondo il presidente Uncem, non sarebbe corretto generalizzare partendo da alcuni luoghi particolarmente frequentati. Esistono però situazioni nelle quali la pressione turistica ha già portato all’introduzione di sistemi di regolazione. Bussone cita, tra gli esempi, il Lago di Braies e le Tre Cime di Lavaredo.
Dolomiti e overtourism: servono regole dove i flussi diventano insostenibili
Quando i visitatori si concentrano in aree ristrette, il tema non riguarda soltanto la fotografia di una coda. Bussone richiama la necessità di disporre di dati e numeri per valutare l’impatto ambientale dei flussi. Tra le possibili conseguenze cita emissioni, disturbo della fauna e alterazione degli equilibri degli ecosistemi e della flora. Il problema, però, è che non sempre è possibile semplicemente “spostare” i turisti. Chi vuole vedere le Tre Cime di Lavaredo, osserva il presidente Uncem, difficilmente può essere convinto a scegliere una destinazione completamente diversa. E c’è anche una questione legata alla distribuzione delle vacanze scolastiche, che in Italia concentra una parte significativa dei periodi di pausa durante Natale, Pasqua e soprattutto estate. La gestione dei flussi, dunque, non può essere affidata soltanto all’invito a scegliere luoghi meno conosciuti. Servono strumenti capaci di intervenire dove e quando la pressione diventa effettivamente critica.
“La montagna non è un parco giochi”: il punto è la comunità
È probabilmente il passaggio più significativo dell’intervento di Bussone. “La montagna non è un parco giochi, non è un luna park dove si fa tutto quello che si vuole”, afferma. Il tema non è quindi soltanto proteggere un paesaggio dal turismo. È ricordare che quei territori sono abitati tutto l’anno. Scuole, medici di base, pediatri e trasporti sono alcuni dei servizi citati da Bussone per descrivere le difficoltà che interessano molte comunità montane. In questo quadro, anche la spesa di chi arriva da fuori può avere un valore diverso dal semplice consumo turistico: acquistare qualcosa in un bar o in un negozio della valle significa contribuire, secondo il presidente Uncem, alla sopravvivenza economica della comunità. Il ragionamento sposta quindi il baricentro della discussione. Non più soltanto quanti turisti può sopportare una montagna, ma quale rapporto debba esistere tra chi visita quei luoghi e chi li abita.
Il turismo non può diventare l’unica economia della montagna
C’è poi un altro elemento che emerge dalle parole di Bussone: il turismo non può essere considerato l’unico motore economico dei territori montani. “Il turismo è una delle componenti dell’economia dei territori, ma non è l’unica e non deve diventare il fine”, sottolinea. Agricoltura, allevamento e gestione delle foreste vengono indicati come attività fondamentali anche nella costruzione e nella conservazione del paesaggio. Senza queste componenti, sostiene Bussone, il turismo stesso rischierebbe di perdere il territorio che rende quelle destinazioni attrattive. È una riflessione che va oltre il caso dei krapfen. La fotografia diventata virale mostra infatti un gruppo di turisti in fila; molto meno visibile, ma decisiva, è la comunità che vive quei territori quando i riflettori dei social sono spenti.
Ticket, navette e limiti: chi deve gestire i flussi?
Quando la pressione turistica diventa difficile da sostenere, secondo Bussone possono essere necessari anche strumenti concreti: navette, ticket, parcheggi a pagamento e limitazioni agli accessi. Il principio indicato è semplice: se mantenere e gestire un'area ha un costo, un contributo da parte dei visitatori può contribuire a renderne possibile la fruizione. Il ticket, quindi, non dovrebbe essere interpretato necessariamente come un modo per “chiudere” la montagna ai turisti. Può diventare uno strumento di gestione, soprattutto quando non esistono alternative efficaci per ridurre il traffico o controllare gli accessi. Ma c’è un'altra questione decisiva: un problema che attraversa una valle non può essere affrontato da un singolo Comune. Bussone sottolinea infatti la necessità di superare il municipalismo e il campanilismo. Un flusso turistico può interessare cinque, dieci o quindici Comuni e richiede quindi una gestione coordinata attraverso gli organismi territoriali.
La lezione delle Dolomiti riguarda anche il modo in cui viviamo la montagna
La vicenda del rifugio Friedrich August può essere letta in molti modi. Può far sorridere, può alimentare una polemica sul turismo di massa oppure diventare l'ennesimo esempio di come i social riescano a trasformare un'esperienza in una destinazione. Ma la riflessione proposta da Uncem porta il discorso su un piano diverso. La questione non è demonizzare chi va in montagna per un krapfen, né sostenere che le Dolomiti siano ormai un unico grande parco turistico. È capire dove i flussi diventano eccessivi, misurarne le conseguenze e soprattutto trovare un equilibrio tra chi arriva e chi in quei luoghi vive dodici mesi all’anno. La montagna, in fondo, non è soltanto ciò che il turista vede durante una giornata. È anche ciò che resta quando il turista riparte.
Su MonzaNews le notizie su Monza e sulla Brianza 24 ore su 24.



