”Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato.”

Echi antichi di saggezza e verità cavalcano le onde del tempo, fino a raggiungere i giorni nostri. Il nostro tempo. Omero lo aveva già capito, in fondo, in epoche remote e lontane.

Perché è dal profondo, dall’intimità viscerale del proprio essere che si elevano gli uomini, quelli che Spinoza definiva parte integrante dell’universo.

Tra dolori che, ora, diventano gioie e sofferenze che, invece, si trasformeranno più avanti in poesia. 

Bianco e Aquilani lo sanno bene: l’hanno vissuto sulla propria pelle, in prima persona.

Il Catanzaro entra all’U-Power, senza paura di cadere ma con la voglia di volare: in alto, oltre l’impossibile, con la mente libera e corsara, sciolta da quella pressione evaporata dopo la sconfitta del Ceravolo, con gioco fluido e mercuriale. La prestazione è eroica, due gol in cascina e una rimonta a un passo dal diventare sorpasso. Una partita di gioia, con sofferenza finale. È trama, sintesi e fotografia di un film che, a seconda del filtro di visione, biancorosso e giallorosso, ha incipit ed epilogo rovesciati. 
Momenti di gloria, e lacrime di giubilo, avvolgono i brianzoli al triplice fischio: la sofferenza in gara esplode nella gioia, incontenibile, per la promozione raggiunta. Due facce della stessa medaglia, con pathos opposti.

Monza torna in serie a
Il Monza vince i playoff e torna in Serie A

Paulus, ovvero l’umiltà-guida del Monza

Paolo, dal latino Paulus, ovvero “umile”, come umili sono le sue origini, dense di quella ricchezza che non si compra con i soldi, ma col sudore e la fatica, con il bene più prezioso che nobilita l’uomo: il lavoro. Di lavoro, e di strada, il suo Monza ne ha fatto, lanciato sui binari di una stagione incredibile, con tanti punti - 76, record nella storia biancorossa in B - ma pochi meno rispetto alle altre, Venezia e Frosinone, più reattive a dribblare le insidie e a imboccare il treno diretto per la A.

Molti up e qualche down valgono la corsia dei playoff. Con una costante: crederci e non mollare, energia positiva e sgasata sul rettilineo. Prima la Juve Stabia, superata con merito nel doppio confronto, e poi il Catanzaro, con la finale d’andata a rievocare le scintille dello Sturm und Drang e una prova fiammeggiante d’autore. 

In gara 2 il Monza indossa l’insostenibile leggerezza dell’essere, esplorando il paradosso tra pesantezza e leggerezza che indica Kundera. Le due dimensioni oscillano: la tensione divora i battuti fino a rendere il pallone un macigno, con la frenesia a togliere pulizia nel fraseggio e lucidità nella gestione.

I brianzoli creano opportunità in ripartenza, il Catanzaro prende in mano il pallino, governando con più ordine e fiducia. 

E poi il cerchio si chiude. Mai fu così dolce la sconfitta. Il gusto dell’amaro nei 90 minuti si trasforma in estasi biancorossa: l’U-Power Stadium esplode in festa, il Monza torna in Serie A. Un anno dopo la retrocessione.

Ma l’obiettivo lo scorso luglio era già chiaro, rimarcato a più riprese dal DS Burdisso e da Mister Bianco. E quell’obiettivo è stato raggiunto. 

Come? Percorrendo il sentiero più lungo e tortuoso, ma arrivando con merito a destinazione. 

Tra creazione ed esecuzione c’è di mezzo l’ossessione, quella che racconta Lars von Trier ne La casa di Jack e che diventa la metafora per edificare la casa del Monza.

Nuova e con idee giuste, con le anime di architetti, ingegneri e muratori a fondersi insieme. Il frutto dell’opera si chiama gruppo, rifondato da un cartesiano Bianco con mestiere e attenzione, ma soprattutto stabilendo un dialogo con i giocatori per renderli consapevoli dei propri mezzi. 

Parola d’ordine: equilibrio, la vera forza del Monza, l’arma in più per rimanere in piedi, sempre e comunque. 

Con quella sofferenza insita nel DNA del club, nella sua storia, nel destino. Dove ognuno - Sallustio docet - è artefice della propria sorte. Determinando con le proprie mani, in difesa e in attacco, perché il calcio è l’espressione del bilanciamento tra fase offensiva e difensiva. E nella difesa ad oltranza il Monza incassa ma non cade, conquistando la promozione.

Onore al Catanzaro di Aquilani, che si batte e ci prova fino alla fine. Merito al Monza perché più della partita, e del tesoretto da amministrare, contava centrare il bersaglio. 

Stesso giorno, stesso sogno: il 29 maggio è per sempre. Una data che dal 2022 al 2026 è entrata in calendario come epifania primaverile, il simbolo romantico del popolo biancorosso.

Monza torna in serie a
L’abbraccio tra Bianco e Aquilani a fine gara

L’abbraccio tra Bianco e Aquilani

Tra le immagini più belle della serata ce n’è una in particolare: l’abbraccio vero, autentico e umano tra Bianco e Aquilani, entrambi in lacrime al termine della gara. Riconoscere il valore degli avversari è la forma più elevata di rispetto e sportività. 

È questa l’essenza del calcio, così “crudele e meraviglioso”, proprio come sosteneva Gianni Brera, sia in campo che fuori. Anche nel dibattito, con i tanti J’accuse scagliati contro Bianco durante l’anno e rispediti al mittente con la risposta migliore possibile, un messaggio chiaro e splendente: “Siamo in Serie A”. 

Fine della storia. O meglio, fine di una pagina stupenda culminata col ritorno nel massimo campionato. 

Il resto, come ogni anno dal 1912, dovrà scriverlo il Monza. 

Complimenti a tutti, bravi Bagaj.

Di Andrea Rurali