Effetto guerra in Brianza: imprese in crisi, dati allarmanti
La guerra pesa sul terziario di Milano, Monza e Lodi: il 75% delle imprese segnala difficoltà tra costi in aumento, ritardi e calo dei ricavi.

La guerra in Medio Oriente sta già lasciando un segno concreto sull’economia locale. Secondo un’indagine di Confcommercio MiLoMb, il 75% delle imprese del terziario tra Milano, Monza Brianza e Lodi sta subendo effetti negativi.
Il dato emerge da un campione di oltre 500 aziende e fotografa una situazione in peggioramento, con prospettive tutt’altro che rassicuranti per i prossimi mesi.
Turismo in calo, costi in aumento e ritardi nelle forniture
Gli effetti della crisi si vedono su più fronti. Il turismo rallenta, le consegne si allungano e i costi operativi crescono in modo significativo.
L’84% delle imprese segnala un aumento delle spese, mentre il 63% denuncia blocchi o ritardi nella consegna delle merci, soprattutto dall’Asia. Anche la domanda cala, complice l’incertezza internazionale e il clima economico instabile.
Una situazione che colpisce sia chi lavora con l’estero sia chi opera principalmente sul mercato interno.
Fatturati in calo e scenari negativi per il 2026

Le previsioni per l’anno in corso non sono incoraggianti. Quasi la metà delle imprese stima una riduzione del fatturato tra il 5% e il 15%, mentre oltre un terzo prevede un calo ancora più marcato.
Il 93% degli operatori ritiene che il conflitto continuerà a influenzare l’attività economica nei prossimi dodici mesi. Numeri che raccontano una crisi percepita come strutturale, non temporanea.
Energia e trasporti, i costi che pesano di più
Tra le principali criticità emergono l’aumento dei costi energetici e quelli legati a trasporti e assicurazioni.
Per molte imprese l’energia incide ormai in modo rilevante sui bilanci: per una parte significativa delle aziende il peso supera il 10% dei costi totali, con punte anche oltre il 20%.
A questo si aggiunge la volatilità dei prezzi delle materie prime, che rende ancora più difficile programmare le attività.
Investimenti rinviati e strategie di difesa
Di fronte a questo scenario, molte aziende stanno rallentando i piani di sviluppo. Il 37% ha deciso di rinviare gli investimenti, mentre altre stanno cercando soluzioni alternative.
C’è chi diversifica i fornitori, chi rivede i contratti e chi prova a contenere i costi. Ma resta evidente un clima di prudenza diffusa.
Nel frattempo, il 43% delle imprese mette in conto una riduzione dei margini di profitto.
L’allarme: servono interventi immediati sull’energia
La richiesta che arriva dal mondo imprenditoriale è chiara. Il 79% delle aziende chiede misure per ridurre il costo dell’energia, mentre oltre la metà sollecita interventi fiscali.
Non manca anche la richiesta di un accesso al credito più semplice, considerato essenziale per affrontare una fase di forte pressione economica.
Secondo Confcommercio, senza interventi rapidi il rischio è quello di un ulteriore rallentamento del sistema produttivo.
Export e import, rapporti ancora forti con l’estero
Nonostante le difficoltà, il legame con i mercati internazionali resta centrale. Il 64% delle imprese genera parte del fatturato all’estero e una quota significativa mantiene rapporti diretti con i Paesi coinvolti nel conflitto.
Nel 2025, i dati sull’export avevano mostrato una crescita importante per Milano, Monza Brianza e Lodi. Un trend positivo che ora rischia di essere frenato dalle tensioni geopolitiche.
Le filiere più esposte tra Medio Oriente e Asia
I settori più coinvolti negli scambi con il Medio Oriente restano quelli dei macchinari, del tessile e dei prodotti chimici.
Sul fronte import, pesano soprattutto metalli e materiali industriali. Filiera complessa, che oggi risente dei rallentamenti logistici e delle incertezze legate ai trasporti internazionali.



