Dodici euro per mettere il proprio nome su una Porsche da gara e aiutare un pilota a finire la stagione. È l'idea con cui Gus Burton, 23enne britannico impegnato nella Porsche Mobil 1 Supercup 2026, ha cercato di salvare il proprio campionato dopo aver perso il sostegno economico del suo principale sponsor. La storia è arrivata fino al circuito di Monza, teatro dell'ultimo appuntamento della stagione. Burton rischiava di non riuscire a prendere parte alle ultime gare dopo che lo sponsor aveva smesso di pagare ad aprile. La soluzione è stata trasformare i suoi follower in una sorta di esercito di piccoli sponsor. La richiesta era semplice: 10 sterline, circa 12 euro, per vedere il proprio nome sulla Porsche. Per chi invece avesse voluto uno spazio più grande erano previsti circa 116 euro e ulteriori benefit. Burton puntava inizialmente a raccogliere qualche migliaio di euro. La risposta, però, è andata ben oltre le aspettative: 2.224 persone hanno aderito alla campagna.

La Porsche di Burton a Monza tappezzata di nomi

Il risultato è diventato particolarmente curioso quando si è trattato di trasformare concretamente quei 2.224 contributi in una livrea da gara. Non c'era spazio, ovviamente, per una grafica tradizionale. La soluzione adottata dal team è stata quella di stampare i nomi dei sostenitori su grandi fogli applicati alla carrozzeria della Porsche 911 GT3 Cup. Una macchina diventata così una sorta di mosaico umano: dietro alla vettura di Gus Burton non c'era più soltanto un marchio, ma oltre duemila persone che avevano contribuito direttamente a permettergli di continuare a correre. E tra i sostenitori non sono mancati nomi conosciuti nel mondo dei motori. Alla campagna hanno partecipato, secondo quanto riportato dalla fonte fornita, anche Timo Glock, Jan Magnussen e Nicky Catsburg, oltre a Misha Charoudin e Brad Benavides. Il progetto nato sui social si è quindi trasformato in qualcosa di molto concreto proprio a Monza, dove Burton è arrivato per l'ultimo appuntamento della stagione.

Ma sulla Porsche alcuni nomi sono stati censurati

La parte più curiosa della vicenda è arrivata quando il team ha dovuto controllare i nomi inviati dai sostenitori. Duemila persone che scelgono liberamente cosa scrivere significano anche qualche inevitabile eccesso. Alcuni partecipanti hanno infatti inserito nomi e giochi di parole poco presentabili, contando probabilmente sul fatto che la loro trovata sarebbe finita direttamente sulla carrozzeria della Porsche. Non è andata così. Burton e il team hanno dovuto effettuare una selezione prima di applicare i nomi alla vettura. Alcuni sono stati quindi esclusi perché ritenuti incompatibili con un evento disputato nel fine settimana del Gran Premio d'Italia di Formula 1. Una situazione quasi paradossale: il pilota aveva chiesto ai tifosi di diventare i suoi piccoli sponsor per riuscire a correre e, alla fine, si è ritrovato anche nella posizione di dover censurare alcuni dei propri finanziatori. La frase attribuita a Burton riassume bene lo spirito dell'operazione: «Non sono un ente di beneficenza». L'obiettivo non era semplicemente chiedere una donazione, ma creare una forma di sponsorizzazione accessibile alla propria community.

A Monza il risultato sportivo è stato amaro

Il finale del campionato, però, non ha regalato a Burton la stessa soddisfazione ottenuta dalla raccolta fondi. A Monza il britannico si è qualificato undicesimo, ma la sua gara è terminata praticamente subito dopo un incidente al primo giro. Nonostante il finale negativo nell'ultima gara, Burton ha comunque concluso la Porsche Supercup 2026 al sesto posto. Ed è forse questo il dato che rende particolare la sua storia. La campagna nata sui social non gli ha permesso di trasformare Monza in un finale da podio, ma gli ha consentito di arrivarci. In un weekend in cui il circuito brianzolo era al centro dell'attenzione del motorsport internazionale, la Porsche di Burton raccontava qualcosa di diverso: non il nome di un unico grande sponsor, ma 2.224 sostenitori raccolti uno alla volta, partendo da 10 sterline. Una formula che, al di là dell'episodio curioso dei nomi censurati, mostra quanto una community costruita online possa diventare concretamente parte del progetto sportivo di un pilota.