C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui affrontiamo i referendum. Una miscela di passione improvvisa e disinteresse cronico, di slanci civici e astensioni calcolate, di voti espressi più per simpatia o antipatia che per reale convinzione sul merito della questione.

Oggi, lunedì 23 marzo, mentre si vota sulla riforma della giustizia, il Paese torna davanti a uno specchio che conosce bene. Non è la prima volta. E difficilmente sarà l’ultima.

Per capire davvero cosa sta accadendo oggi, bisogna guardarsi indietro. Non troppo, basta una ventina d’anni.

Quando il referendum smette di essere una scelta

Il primo segnale chiaro arriva già nel 2003, con il referendum sull’articolo 18. Il tema è serio, concreto, perfino identitario per una parte del Paese. Eppure, alle urne si presenta poco più di un italiano su quattro. Non è un caso isolato, è un indizio.

Due anni dopo, nel 2005, il copione si ripete con la procreazione assistita. Materia delicata, divisiva, capace di toccare corde profonde. Ma la risposta è la stessa: si resta a casa. Non per indifferenza, ma per scelta. L’astensione diventa strumento politico, quasi un voto silenzioso.

Nel 2009, con il referendum sulla legge elettorale, la disaffezione è ormai strutturale. Il tema è percepito come lontano, tecnico, quasi da addetti ai lavori. E infatti gli addetti ai lavori restano pochi.

Da allora in poi, la regola è semplice: se il referendum non incendia il dibattito, non esiste.

Le rare eccezioni: quando il Paese si sveglia

Eppure, ogni tanto, l’Italia si ricorda di avere un elettorato.

Nel 2011 accade qualcosa di diverso. Acqua pubblica, nucleare, servizi: temi concreti, immediati. Il referendum torna nelle piazze, nei bar, nelle famiglie. L’affluenza supera il quorum e il risultato è netto. È forse l’ultimo momento in cui si ha la sensazione che il voto referendario coincida davvero con una scelta consapevole e diffusa.

Ma sono eccezioni, appunto.

Il 2016: un referendum perso prima ancora di votarlo

Poi arriva il 2016. E lì il referendum cambia definitivamente natura.

Formalmente si vota una riforma costituzionale. Sostanzialmente si vota Matteo Renzi. È in quel passaggio che il referendum smette di essere uno strumento e diventa un giudizio.

L’affluenza è altissima, il coinvolgimento reale. Ma il merito resta sullo sfondo. Si vota per mandare un messaggio, non per valutare un testo. E così una riforma complessa, discutibile in alcune parti ma non priva di logica, viene travolta da un’ondata che ha poco a che fare con gli articoli della Costituzione e molto con il clima politico del momento.

È difficile dirlo apertamente, ma è ancora più difficile non pensarci: quello è stato uno di quei passaggi in cui il Paese ha preferito regolare i conti con la politica invece di affrontare una scelta nel merito.

Dal 2020 a oggi: tra tiepidezza e assenza

Nel 2020, con il taglio dei parlamentari, si torna a votare. L’affluenza supera di poco la soglia necessaria. Il risultato passa, ma senza entusiasmo. È un voto quasi inevitabile, più che convinto.

Poi si torna alla normalità degli ultimi anni: quella dei referendum che non partono nemmeno.

Il 2025, su lavoro e cittadinanza, lo dimostra senza bisogno di interpretazioni. Si vota poco, troppo poco. Non perché il tema non esista, ma perché non riesce a imporsi come decisivo. E quando non lo è, il referendum in Italia semplicemente si spegne.

Oggi: la riforma e il riflesso politico

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Ed eccoci a oggi.

La riforma della giustizia arriva alle urne con un destino già scritto a metà. Non tanto per il contenuto — che pure è rilevante — ma per il contesto.

Come nel 2016, il rischio è evidente: che il voto si trasformi in un giudizio sull’azione del governo, sulla fiducia, sulla direzione politica del Paese. È una dinamica ormai consolidata, quasi inevitabile.

Non è detto che sia sbagliato. Ma è difficile sostenere che sia la forma più limpida di democrazia diretta.

Il vizio italiano

C’è un filo che lega tutti questi referendum.

Non è l’astensione, che pure pesa. Non è nemmeno il quorum, che spesso decide prima ancora del voto.

È qualcosa di più sottile: la tendenza a spostare lo sguardo. A usare il referendum non per rispondere alla domanda che viene posta, ma a quella che ciascuno preferisce farsi.

E così si vota contro qualcuno più che per qualcosa. Oppure non si vota affatto, che è un altro modo per decidere.

Una conclusione senza morale

Non serve trarre grandi lezioni. I numeri parlano da soli.

In Italia il referendum funziona solo quando riesce a diventare altro da sé: uno scontro, un simbolo, una resa dei conti.

Quando resta ciò che dovrebbe essere — uno strumento per decidere su una norma — fatica a esistere.

Oggi, davanti alle urne, la domanda è sempre la stessa. Solo che raramente è quella scritta sulla scheda.