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Arrivo in ritardo. Sì, è già stata ora di un’altra partita (già disputata prima della pubblicazione di questo articolo) ma ho voluto comunque scrivere queste quattro righe (beh, qualcuna in più) dopo aver saltato Udine e San Siro. Udine è stata una trasferta particolare e non ne ho scritto per motivi personali mentre riguardo a San Siro non me la sono sentita di scrivere alcunchè visto che se ne era già parlato abbastanza e quanto avrei potuto scrivere io si sarebbe perso nei fiumi di parole di altri. 

E forse non sarei qui a scrivere manco oggi se non fosse per quegli amici che in curva a La Spezia mi hanno sollecitato con apprezzamenti, ringraziamenti o mandandomi a quel paese per quanto scritto in passato. Mi hanno fatto capire che il mio silenzio era un egoistico starmene tranquillo e mi sono sentito completamente fuori luogo. In fondo, se potrete perdere cinque minuti della vostra vita leggendo un altro mio sproloquio, non potrete darmene colpa ma potete darla a loro. Un bello scarico di responsabilità.


La trasferta in quel della Liguria parte diversi giorni prima della data. Ed inizia con un messaggio di un amico che, parafrasando, diceva qualcosa di simile: ”Ao regà, nun so se ja faccio a venì a Spezia perché nun trovo n’arbergo ndo stà a dormì!”. Il mio romanesco fa acqua ed in realtà il testo dell’amico romano era molto più in linguaggio italico ma non sarebbe stato così interessante riportarlo. Comunque, quel messaggio ha aperto il solito dibattito familiare sull’ andare al Monza di venerdì sera o starsene a casa accucciati davanti al televisore a vedersi la partita. Risposta scontata. La compagnia è ristretta, un compleanno per una figlia e prove all’Arena di Verona per il batterista astemio riducono la brigata bergamasca a sole tre unità. Altri 600 e passa chilometri a/r sulla via che attraversando la Cisa porta al paesello ligure. Altra tacca sulla carrozzeria del pulmino.


Trasferta nella media solita. E’ un venerdì sera e questo limita moltissimo la possibilità di gita pre-gara. Ce ne facciamo una ragione. Decidiamo di partire prima possibile ma le paventate 14/14:15 diventano le 15. Ritardo che non preoccupa. Viaggio piuttosto caotico almeno fino all’inizio della Cisa dove il traffico ci da tregua ed il viaggio prosegue spedito. Arriviamo di riffa o di raffa a La Spezia. Cerchiamo lo stadio per la solita perlustrazione prima di andare alla ricerca delle bellezze della città. Lo troviamo praticamente subito ma dopo aver attraversato una cittadina che non invoglia granchè ad una gita per i suoi viali. Intendiamoci, troppo poco tempo per poter giudicare, ma di fronte a decine di altre cittadine frequentate durante le trasferte, questa è davvero una di quelle in cui non sei ispirato. Cosa abbiamo visto? Montagne di container, chilometri quadrati di caserme, qualche nave della Marina Militare (per lo più son sembrate in disuso) ed un semi degradato porto di pescatori. Niente di entusiasmante, insomma. Ma, ribadisco, poco tempo e forse anche poca voglia di gironzolare. Non usufruiamo nemmeno della ristorazione locale fiondandoci sul primo fast food che troviamo. Dimesso pure quello. Sarà anche il tempo cupo che ingrigisce il tutto.


Rinunciamo ad ulteriori gite e andiamo allo stadio con buon anticipo. Veramente tutto ben organizzato con tantissima sorveglianza ed indicazioni chiare e precise. Arriviamo al parcheggio ospiti dove veniamo accolti con gentilezza e simpatia anche se con accento tutt’altro che ligure. Qualcosa di buono comunque c’è. Nemmeno il tempo di scendere dalla macchina che: ”Ma tu sei Cioci?” “Così dicono…” “Aò, so io, so el romano!”. Ovviamente più apprezzabile la presenza della compagna rispetto alla sua ma facciamo buon viso a cattivo gioco! Entriamo ed iniziamo a salutare ed incontrare amici su amici. E’ sempre bello. Pian piano sia lo stadio, in generale, che il nostro settore si riempiono.
Stadio piccolino ma ben organizzato dove si vedono i vari interventi sostenuti per renderlo da Serie A. La tribuna nostra è la classica in ferro ma la curva di casa è invece carina e sembra pure accogliente. L’acustica non è granchè, troppo aperto ed i cori si perdono, pertanto anche se la loro curva si riempirà ed in tanti canteranno per tutta la gara, non è che si sentiranno molto. Facciamo fatica a sentire anche il gruppetto che ogni tanto canta dalla tribuna alla nostra sinistra. Poco prima dell’inizio arrivano anche gli ultras. Si canta e ci si diverte per tutta la gara. Cosa non di poco conto, la birra venduta al bar è vera birra non come a San Siro o in altri luoghi dove c’è quella analcolica. E’ un po’ come la birra piccola, credevo fossero solo leggende metropolitane ed invece esistono davvero!


Per quanto riguarda la partita, in realtà non c’è molto da raccontare. Godibile e vista da una tribuna dove sei praticamente in campo. Tutto il contesto molto bello ed il risultato pure. Non commento tecnicamente, non è il mio ruolo in questo contesto, anche se direi che la partita è stata meno semplice di quello che dice il risultato. Nei primi quindici potevamo essere sotto di uno o due gol se il buon Kovalenko non ci avesse regalato un intervento degno del “vai col liscio” della Gialappa’s band e poi un tiro sui piedi di San Di Gregorio Magno che sventa la minaccia. Poi prendiamo in mano la gara, andiamo in vantaggio, gestiamo da squadra big anche se poi Agudelo mette un po’ di frizzina nell’acqua e qualche brivido ce lo fa provare. In particolare quando in cinque dei nostri gli si mettono davanti durante una sua gitarella nella nostra area. Lo Spezia è tutt’altro che morto anche se di pericoli ne crea pochi. C’è brace sotto la cenere che si spegne definitivamente solo quando Machin fa quello che sa far meglio, imbeccare Carlos sulla fascia lanciandolo a rete ma siamo già nel recupero e lo Spezia non può far altro che alzare le mani ed arrendersi.


Parte la festa. Siamo ancora sugli spalti dopo il saluto alla squadra e quando si placa un po’ il fervore dovuto alla vittoria ed alla quasi matematica salvezza (che si raggiungerà poco dopo) ci si ritrova nuovamente a ridere e scherzare con gli amici della curva. A dirla tutta ci sono cose che non mi piacciono particolarmente quando sono allo stadio e tra queste c’è il farsi dei selfie. In questo caso, però, ho fatto un’eccezione dato che abbiamo praticamente ricostruito una simil-torre di Babele nel momento in cui ci si è riuniti sugli spalti alcuni monza-brianzoli, un triuggese, un viareggino, un lucchese, il già citato romano ed il sottoscritto bergamasco. Difficile capirsi con tanti dialetti diversi ma siamo tutti accomunati da una cosa unica, l’armocromia biancorossa.


E vabbè, ci sono cascato anche io. Ma d’altronde oggi chiunque scriva una qualsiasi cosa, foss’anche il classico numero di telefono sulle porte dei bagni dell’autogrill accompagnato da qualche invito più o meno esplicito ad incontri amorosi, non può esimersi dallo scrivere questa parola. Ed io chi sono per non farlo? 
123-4567890 Chiamami per un incontro focoso! Sarò tutta tua se ti presenti in perfetta armocromia!


Ehhh, questa è la forza della lingua italiana! In un articolo di millemila parole ti rimarrà in mente solo una frase, solo questa parola e solo perché è un neologismo o perché rispecchia un qualcosa di nuovo o di diverso ma quasi certamente di immediato. Ecco, a questo punto posso smettere di scrivere dando per scontato che alla fine ricorderai solo _armocromia_. O forse ti sottovaluto e ricorderai pure il numero di telefono. Ma sono anche certo che qualcuno proverà pure a chiamarlo… Anche perché quando ho provato io suonava occupato.
Buona salvezza a tutti. In perfetta armocromia biancorossa!

Cioci_bg