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Nel 1958 l'ambizioso Simmenthal Monza di Claudio Sada preleva dalla Ponziana un giovane centrocampista, classe 1941 e originario di Napoli. Il suo nome è Giovanni Galeone, mezzala poliedrica dotata di ottima tecnica e intelligenza nel gioco. La sua permanenza in Brianza non va come previsto e, dopo due presenze tra campionato e Coppa Italia, Galeone inizia a vagare per piazze minori. Nel ‘66 si stabilizza all’Udinese, club che non abbandonerà più fino al termine della sua carriera. Uomo di cultura e quindi di calcio, Galeone non nasconde i suoi ideali politici (di sinistra) e l'anticonformismo imperante, tanto da diventare amico di Pier Paolo Pasolini, regista e intellettuale per cui nutre un'ammirazione smisurata.

Nel mare del calcio

Nel 74' Galeone appende le scarpe al chiodo e comincia ad allenare, sperimentando il suo gioco offensivo alla Spal e in un lungo nomadismo provinciale che lo conduce nel 1986 a Pescara. Sulle sponde dell'Adriatico, Galeone disegna la difesa a zona, 4-3-3 con ali fluidificanti nelle due fasi, tecnica sistemica e tattica individuale. La città lo acclama, i giocatori lo seguono. Per tutti diventa il “Profeta”, soprannome che Sandro Ciotti accosta nel '76 al genio olandese di Johan Cruijff nel documentario “Il profeta del gol”. 

Gian Piero Gasperini è la fonte di gioco del suo Pescara, Rebonato è una sentenza e segna a flusso continuo. Dopo una lunga cavalcata in cadetteria, nel 1987 i Delfini tornano in Serie A battendo il Parma di Arrigo Sacchi. 

Sfrontato e ironico, guadagna i favori della stampa diventando amico di Gianni Mura e scatenando l'attenzione di Gianni Brera, che scriverà di lui, sentenziando: 

Galeone è simpatico e ragiona abilmente sulle ali sornione del paradosso: se però è di quelli i quali sostengono che il vero calcio consiste nel segnare un gol più degli avversari è troppo maledettamente fuori dalla norma italiana e avrà solenni dispiaceri presto. […] Il vero calcio italiano consiste nel prendere sempre un gol meno degli avversari. […] Prendere meno gol è molto più agevole che segnare più gol. E il nostro campionato è lungo lungo lungo: e di galeoni ne possono affondar cento nel suo procelloso mare”.

Dopo una parentesi al Como, Galeone rientra in Abruzzo ed entra in contatto con un giocatore che lo incuriosisce e in cui si rivede da giovane: Massimiliano Allegri. Nomen omen. 
Il loro incontro risulta provvidenziale, soprattutto per la mezzala di Livorno che, a fine carriera, entrerà nel suo staff all'Udinese fino a raccoglierne l'eredità in panchina. 
Di lui, Allegri dirà: Galeone è stato determinante nella mia carriera. Ancora adesso, il mio modo di vedere il calcio è in gran parte merito suo. Molto fantasioso, proponeva concetti innovativi. Un allenatore che ha vinto solo in serie B e che, nonostante ciò, mi ha insegnato tanto».

Più che un mister si è sempre definito un “insegnante di calcio” secondo cui la tecnica dei giocatori è l’unica base per costruire una squadra e che a vincere è il più bravo e non il più forte. Regole che infiammano l'agenda di molti suoi discepoli, su tutti Gasperini ed Allegri, con il primo a raccoglierne l'eredità in campo, calcio corsaro e predicato offensivo; e il secondo a rilevarne l'approccio alla professione, vivere il mestiere con passione ma senza ossessione. 

Allegri nella conferenza stampa post partita

Da Galeone a Palladino

È curioso come la scuola galeoniana abbia influito sul calcio di Gasperini, il quale a sua volta lo aggiornato consegnandolo alle nuove leve, da Juric a Thiago Motta e…Palladino

In un certo senso Palladino e Allegri, che di Galeone è il seguace più rinomato (soprattutto il Max prima maniera), condividono una mentalità comune, quella di vincere intrecciando tecnica, tattica ed equilibrio. La differenza, vera e sostanziale, sta tutta nella forma, interpretazione viva di un gioco che si presta a infinite modalità d'espressione. 

Vincere convincendo o vincere ad ogni costo? Da una parte, la prima, c'è Raffaele Palladino; dall'altra, la seconda, c'è Massimiliano Allegri. Per ovvie ragioni, una sfida non solo teorica ma soprattutto pratica. Di campo.

L’allenatore del Monza Raffaele Palladino

Qualità e risultato

"La qualità senza risultati è inutile. I risultati senza qualità sono noiosi". Le parole di Cruijff fluttuano nell'etere del football come un dilemma amletico, un bivio che implica una scelta e, dunque, una presa di posizione.

Monza-Juventus racconta perfettamente questo aut aut e, quindi, il pensiero dei due allenatori. 

All'U-Power Stadium va in scena la tattica e la sfida tra due squadre costruite per vincere. Palladino tenta di sorprendere Allegri optando per una soluzione inedita in attacco, con l'addizione di un tridente mobile composto da Machin e Colpani alle spalle di Ciurria falso 9. Nella testa del trainer biancorosso c'è la convinzione di aggiungere imprevedibilità al reparto avanzato e rendere la vita difficile alla difesa juventina. Una mossa che non sortisce gli effetti sperati, più per meriti dell'avversario che per demeriti propri. Allegri è un maestro a incartare le partite e lapidarle con una tattica monodimensionale, squadra compatta e identità conservativa a minimizzare i rischi (incrociando per certi versi, come sottolinea l'ottimo Fiorenzo Dosso, il calcio del Paròn Nereo Rocco e del suo Padova con Ivano Blason e Lello Scagnellato).

 La meccanica della Juve è tipicamente prudenziale e la predisposizione a difendere è strettamente correlata all'attitudine ad offendere. Infatti, il gioco bianconero non è misurato sul pressing alto per togliere il pallone agli avversari e contrattaccarli all'istante, ma limitare al massimo i pericoli rinunciando, quindi, a condurre il match. 

La foto di squadra del Monza

Avvio in salita, Di Gregorio fenomenale

Palladino parte col 3-4-2-1, Allegri risponde con un 3-5-2 posizionale e a baricentro basso, un modulo a specchio che si adatta alle condizioni di gioco. Cruciale è il ruolo svolto dai due esterni, con Kostic e Cambiaso pronti a scendere sulla linea dei difensori in fase in fase di non possesso e proiettarsi in avanti con tagli in diagonale da quinto a quinto a colpire gli opposti. 
All'8 minuto si crea esattamente questa situazione, con il tornante serbo a lanciare il 27 bianconero costringendo Kyriakopoulos all'intervento in area. Fabbri non ha dubbi e concede il penalty. Vlahovic si presenta sul dischetto ma Di Gregorio battezza l'angolo e neutralizza il tiro. 
Istinto, tecnica e reattività: il 16 biancorosso compie una doppia parata miracolosa, parando il rigore e smanacciando in corner il tapin successivo del centravanti avversario. 
Una combo impressionante, spinta fulminea e colpo di reni in contro tempo, che conferma tutto il valore di Di Gregorio, tra i migliori portieri italiani in circolazione, meritevole senza dubbio di una convocazione in Nazionale.

Il taglio in area di Cambiaso nell'azione che genera il rigore per la Juve-Foto: DAZN

Dall'esaltazione alla delusione: il vantaggio di Rabiot

La gioia per il rigore parato dura solo una manciata di secondi. Dal calcio d'angolo successivo la Juve passa in vantaggio: parabola tesa a rientrare di Nicolussi Caviglia per l'incornata vincente di Rabiot. La marcatura di Gagliardini non è irresistibile e il centrocampista francese deposita in rete. Per la seconda gara consecutiva i brianzoli subiscono gol da palla inattiva.

Il Monza cerca di reagire ma fatica a trovare sbocchi per colpire la Vecchia Signora. La trama di passaggi viene costantemente interrotta dagli uomini di Allegri, che arma la sua strategia ordinando a McKennie di calpestare le righe laterali e spingendo Cambiaso a giocare dentro il campo da interno. É la chiave tattica che spezza l'assetto del Monza, con Kyriakopoulos costretto ad uscire in pressione sul classe 2000 (tra i giovani crack del campionato) e Machin a uomo su Nicolussi Caviglia. Ne consegue un presidio minore della catena di sinistra, con McKennie libero di attaccare frontalmente il braccetto biancorosso.

La squadra di Palladino perde le distanze: Colpani e Ciurria non riescono a dialogare, i due mediani Gagliardini e Pessina sono incatenati dal centrocampo juventino, Birindelli e D'Ambrosio a destra devono gestire un cliente scomodo come Federico Chiesa. E così i bianconeri - che talvolta impostano anche a 4 - provano a pungere sfiorando il raddoppio prima con Gatti e poi Rabiot. Ma al termine del primo tempo il punteggio resta inalterato e Fabbri manda le due squadre a riposo sullo 0-1.

La posizione di Cambiaso da libero interno: la mossa di Allegri - Foto: DAZN

Monza all'attacco, Juve in difesa

Nella ripresa Palladino inserisce Dany Mota e Colombo per Machin e Birindelli, modificando il modulo in un 4-2-3-1. 

Col passare dei minuti il palleggio del Monza si fa più frequente, Pessina e Gagliardini guidano la manovra ma il possesso è poco incisivo. Con la Juve schierata sotto palla a protezione della porta è complicato scovare linee di passaggio e spazi in profondità. 

Allegri comanda il blocco difensivo e una contesa di posizione, lasciando l'iniziativa ai brianzoli ma, di fatto, senza concedere nulla. Una soluzione che inaridisce lo spettacolo, generando una sorta di stallo alla messicana, ma risulta estremamente efficace. 

La difesa a 4 del Monza nel secondo tempo - Foto: DAZN 

Carboni ardenti, fugace illusione

Al 66' Palladino manda in campo Andrea Carboni e Pedro Pereira per Pablo Marí e Kyriakopoulos e i due rispondono presente alla chiamata. Il possesso palla si fa sempre più prolungato, ma la tenaglia juventina sembra imperforabile e anche la soluzione dei tiri dalla distanza appare poco concreta.

Allegri rimescola la sua formazione, togliendo in blocco i due attaccanti, Chiesa e Vlahovic, per Kean e Milik e piazzando Danilo in cabina di regia al posto di Nicolussi Caviglia.
Al 76' Valentin Carboni prende il posto di Colpani, ancora in ombra dopo la prestazione intermittente di Cagliari.

Il talento argentino si mette subito in luce, provando a nascondere il pallone col suo mancino graziato e a inventare qualche imbucata in area per Colombo
Nell'ultimo quarto di gara, il Monza cerca il tutto per tutto e al 91' gli sforzi vengono premiati. Valentin Carboni rientra sul sinistro e pennella un tiro cross tagliato sul secondo palo per l'inserimento di Mota. Il portoghese non arriva ad impattare e il pallone sfila dritto in rete alle spalle di Szczęsny, mai pervenuto nell'arco di 90 minuti. 
Al primo tiro in porta il Monza va a segno. È 1-1 e apoteosi biancorossa. 

Il tiro cross di Valentin Carboni che vale il momentaneo 1-1 - Foto: DAZN

Dallo Zenit al Nadir: 5 minuti di ordinaria follia

Negli ultimi 5 minuti di recupero succede l'imponderabile e la Juventus, animata dalle ultime forze nervose, con fare scomposto ma deciso si riversa in massa nella metà campo avversaria. 
Al 94' Rabiot sfugge a Dany Mota, troppo leggero nella marcatura, e mette il pallone nello spazio esatto che intercorre tra Gagliardini, che non chiude, e Caldirola. A raccogliere in area c'è Gatti, che prima svirgola il pallone e poi lo impatta scaraventandolo in rete. 
I bianconeri tornano avanti e vanno sull'1-2 a un minuto dal termine del match. Un gol che taglia le gambe ai ragazzi di Palladino che però non si arrendono e con V. Carboni dalla distanza sfiorano un clamoroso pareggio.

L'azione di Rabiot che porta all'1-2 per la Juventus - Foto: DAZN 

Sconfitta di cristallo, prova di coraggio

Per la prima volta in stagione il Monza cade all'U-Power Stadium e perde l'imbattibilità casalinga dopo 7 gare interne.

Monza-Juventus non è stata una partita da 95’ ma due partite in una: la prima, di calma apparente, lunga 90’; e la seconda, breve, intensa e al cardiopalma, da 5’.

5 minuti di ordinaria follia che lasciano l'amaro in bocca ai brianzoli, illusi dal momentaneo pareggio di V. Carboni (al suo primo centro assoluto in Serie A e con la maglia biancorossa) e travolti da una mancanza di lucidità a pochi metri dal traguardo. 

C'è rammarico per il risultato ma non per la prestazione che, seppur non brillante e vivace, è stata corale e di cuore, piena di carattere da parte della squadra di Palladino.

E se la Juve conquista 3 punti seguendo il solito calcio di Allegri, con un gruppo che crede nelle idee del suo allenatore - gioco subordinato ma scudiero, per nulla dominante ma concreto - il Monza esce dal campo a bocca asciutta seppur consapevole che con questo atteggiamento è possibile giocarsela contro tutti, proponendo un calcio gravitazionale forgiato sul coraggio.

Una volta Michael Jordan disse: “posso accettare la sconfitta, ma non posso accettare di rinunciare a provarci”.

È questo il mood del Monza, che si batte e lotta fino all'ultimo come contro la Juventus. 
Palladino sa bene che le sconfitte servono a maturare, stimolano l'orgoglio e aiutano a trasformare la delusione in energia positiva. Energia che servirà domenica 10 dicembre per affrontare il Genoa di Gilardino, una sfida tosta che darà al Monza la possibilità di riscattarsi e ritrovare la via del successo che manca ormai da un mese.

Di Andrea Rurali