Doveva essere un intervento per tornare a camminare meglio. Si è trasformato invece nell’inizio di un calvario fatto di infezioni, altri interventi chirurgici e perdita dell’autonomia.

Il Tribunale civile di Monza ha condannato l’Asl di Vimercate a risarcire una donna di 72 anni e i suoi familiari per una somma complessiva superiore ai 320mila euro, oltre a interessi e spese di giudizio.

La paziente, originaria della provincia di Benevento, prima dell’operazione conduceva una vita attiva: si occupava della casa, cucinava, accudiva i nipoti e viaggiava con il marito. Dopo le complicazioni seguite all’intervento al ginocchio, invece, non è più riuscita a muoversi autonomamente né a provvedere da sola alle normali attività quotidiane.

L’intervento nel 2019 e l’infezione alla protesi

La vicenda risale all’aprile 2019, quando la donna viene ricoverata nel reparto di Ortopedia per un problema al ginocchio sinistro e sottoposta a un intervento di protesi.

In un primo momento l’operazione e la successiva riabilitazione sembravano aver dato esito positivo.

Nel mese seguente, però, le condizioni della paziente peggiorano. Gli accertamenti evidenziano un’infezione della protesi e da maggio ad agosto la donna viene sottoposta ad altri cinque interventi chirurgici.

Da quel momento la sua vita cambia radicalmente.

La paziente perde l’autonomia, non riesce più a occuparsi della propria igiene personale e delle attività domestiche e finisce per trasferirsi a casa di uno dei figli, residente in Toscana. Successivamente le viene riconosciuta anche un’indennità di accompagnamento.

Il Tribunale: provati omissioni ed errori nella gestione

La decisione è stata pronunciata dalla giudice Caterina Rizzotto, che sulla base della consulenza medico-legale ha ritenuto provate diverse criticità nella gestione sanitaria della paziente.

Secondo quanto ricostruito nella sentenza, le problematiche sarebbero iniziate già prima dell’intervento, con il mancato screening batterico in una paziente considerata a rischio.

Dopo l’insorgenza dell’infezione, il Tribunale ha inoltre individuato una ritardata rimozione della protesi infetta e una prescrizione antibiotica ritenuta non corretta.

Si tratta di valutazioni espresse in sede civile sulla base della consulenza acquisita nel procedimento e sulle quali è stata fondata la condanna risarcitoria.

Alla donna oltre 280mila euro

Alla 72enne è stato riconosciuto un risarcimento superiore ai 280mila euro, comprendente sia i danni non patrimoniali sia quelli economici.

Il dato più particolare riguarda una voce spesso poco considerata: la perdita della capacità di svolgere il lavoro domestico.

Per questa sola componente il Tribunale ha riconosciuto circa 88mila euro.

La valutazione parte da un principio preciso: anche l’attività svolta quotidianamente da una casalinga produce un’utilità economicamente quantificabile.

In altre parole, se una persona non può più occuparsi della casa a causa di un danno fisico, il costo teorico necessario per sostituire quelle attività attraverso un collaboratore può diventare parte del risarcimento.

Gli 88mila euro per il lavoro di casalinga

Il Tribunale ha stimato che la donna avrebbe potuto continuare a svolgere le attività domestiche per almeno altri sei anni dopo l’intervento.

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Nel calcolo è stata applicata anche una riduzione progressiva legata all’età e alla fisiologica diminuzione delle capacità, con una decurtazione del 30% della somma riconosciuta per questa specifica voce.

Resta però un passaggio giuridicamente significativo: il lavoro domestico non viene considerato un’attività priva di valore economico solo perché svolta all’interno della propria famiglia e senza uno stipendio.

Risarciti anche marito e figli

Alla somma riconosciuta direttamente alla donna si aggiungono i risarcimenti destinati al marito e ai due figli, portando l’importo complessivo oltre quota 320mila euro.

Per la famiglia, però, la sentenza arriva dopo anni nei quali la quotidianità è stata completamente stravolta.

Da una donna autonoma, impegnata nella gestione della casa e della famiglia, a una paziente costretta a dipendere dagli altri anche per le necessità più semplici.

Ed è proprio questa perdita di autonomia, insieme alle conseguenze fisiche e psicologiche delle complicazioni, ad avere avuto un peso determinante nella valutazione del danno da parte del Tribunale di Monza.