Monza, finisce l’era Fininvest: il grazie è doveroso, le risposte ora anche
Il Monza prepara il precampionato: oltre ai test con Galatasaray e Reading, prende quota anche l’amichevole con la Pro Vercelli.

Ieri non si è chiusa soltanto una pagina societaria. Si è chiuso un pezzo di storia del Monza, sicuramente il più incredibile della sua vita calcistica recente. L’era Fininvest / Berlusconi è finita davvero. Non come una voce di mercato, non come una suggestione da retroscena: è finita nei fatti, con il passaggio definitivo del club nelle mani del fondo americano.
E allora, prima ancora delle analisi, delle paure e delle domande sul futuro, una cosa va detta senza girarci troppo intorno: grazie.
Grazie per aver portato il Monza dove tanti tifosi avevano smesso persino di immaginarlo. Grazie per aver trasformato una squadra abituata a rincorrere sogni lontani in una realtà capace di sedersi al tavolo della Serie A. Grazie per aver dato alla Brianza calcistica un orgoglio nuovo, una visibilità diversa, una dimensione che per anni era sembrata semplicemente fuori portata.
Monza e Fininvest, un’eredità che non si può cancellare
Il giudizio su questi anni non può essere schiacciato sull’ultima curva. Sarebbe ingeneroso, oltre che sbagliato. Il neo della retrocessione c’è stato, ha fatto male e ha lasciato ferite vere. Ma quella macchia è stata cancellata definitivamente dalla nuova promozione, la terza di questi anni, un risultato che rimette in prospettiva tutto il percorso.
Il Monza di Fininvest non è stato perfetto. Nessuna gestione lo è. Ma ha fatto qualcosa che resterà per sempre: ha cambiato la percezione del club. Ha portato ambizione, strutture, giocatori, visione, attenzione mediatica. Ha costretto anche chi guardava il Monza con sufficienza a fare i conti con una realtà nuova.
Per una città come Monza, spesso più abituata a vedersi raccontata per l’Autodromo, per il Parco o per la sua vicinanza a Milano, il calcio è diventato un altro modo per farsi riconoscere. E questo non è poco. Anzi, è moltissimo.
Fondo americano Monza, ora servono fatti e non slogan
Adesso però comincia un’altra partita. Ed è una partita delicata. Il nuovo corso americano dovrà farci capire molto in fretta di che pasta è fatto. Non basteranno le parole, non basteranno i comunicati, non basterà l’idea suggestiva di un Monza internazionale. Serviranno scelte, investimenti, competenza, presenza. Servirà soprattutto chiarezza.
Perché le ultime settimane, diciamolo senza troppi filtri, sono state a dir poco preoccupanti. Troppe incertezze, troppi segnali poco leggibili, troppe domande rimaste sospese. In un momento di passaggio così importante, il tifoso non pretende miracoli. Pretende però di capire quale direzione si vuole prendere.
Il mercato, le scelte tecniche, l’organizzazione societaria e il rapporto con la piazza diranno molto più di qualsiasi dichiarazione. Da qui passerà il giudizio vero sul fondo americano.
Il futuro del Monza passa dalle prossime scelte
Il Monza non riparte da zero. Riparte da un patrimonio sportivo, emotivo e territoriale costruito negli ultimi anni. Ma proprio per questo non può permettersi di disperderlo.
La Brianza ha imparato a vivere il Monza in modo diverso. Lo ha visto crescere, salire, cadere e rialzarsi. Ora vuole capire se il nuovo proprietario sarà capace di custodire questa storia o se la guarderà soltanto come un asset da valorizzare.
La differenza è tutta qui.
Un club di calcio non è solo un bilancio. Non è solo una voce in un portafoglio internazionale. Il Monza calcio è appartenenza, memoria, domeniche, trasferte, delusioni, speranze. È una maglia che negli ultimi anni ha smesso di essere periferia ed è entrata in un racconto molto più grande.
Fininvest lascia dopo aver reso possibile qualcosa di inimmaginabile. Ora tocca agli americani dimostrare di aver capito dove sono arrivati.
Perché a Monza si può anche perdonare un errore. Ma non si perdona la mancanza di identità.
Stefano Peduzzi - Direttore Monza-News
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