Valanghe e incendi in montagna: le tragedie che hanno cambiato la prevenzione
valanghe e agli incendi alpini: gli eventi che hanno cambiato le regole della sicurezza in montagna.
La recente tragedia di Crans-Montana, dove un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno in una località alpina svizzera ha provocato decine di vittime e numerosi feriti, ha riportato al centro dell’attenzione un tema spesso rimosso: la montagna non è solo neve e sport, ma anche rischio, soprattutto quando natura, infrastrutture e presenza umana si sovrappongono.
Non si è trattato di un’impresa estrema né di un contesto isolato. L’incendio è avvenuto in un luogo affollato, turistico, considerato sicuro. Proprio per questo l’impatto emotivo e simbolico è stato forte. Crans-Montana si inserisce in una lunga sequenza di tragedie che, nel tempo, hanno costretto istituzioni e operatori a rivedere regole, standard e modelli di prevenzione in ambiente montano.
Crans-Montana e il rischio nell’ambiente “controllato”
Secondo le prime ricostruzioni, l’incendio si è sviluppato rapidamente all’interno di un locale notturno, favorito da materiali infiammabili e dalla presenza di molte persone. In pochi minuti, fumo e calore hanno reso difficile la fuga. Le indagini sono in corso, ma un punto appare già chiaro: anche gli spazi regolamentati e autorizzati possono trasformarsi in trappole, se la gestione del rischio non tiene conto di tutti i fattori.

L’episodio svizzero richiama tragedie passate in cui la percezione di sicurezza si è rivelata illusoria, mostrando come in montagna la prevenzione non possa mai essere data per acquisita.
Le valanghe: il pericolo che non fa rumore
Le valanghe restano uno dei rischi più antichi e complessi dell’ambiente alpino. Non sempre sono legate a comportamenti imprudenti: spesso colpiscono centri abitati, strade e impianti.
Nel 1945, a Valtorta, una valanga travolse parte del paese causando decine di morti. L’evento avvenne in un contesto di povertà e isolamento, ma segnò uno spartiacque nella consapevolezza del rischio alpino in Italia.
Nel 1999, la tragedia di Galtür, in Austria, dimostrò che nemmeno le località più moderne sono immuni. Una valanga eccezionale superò le barriere di protezione e colpì il paese, causando 31 vittime. Da allora, i criteri di zonizzazione e pianificazione in alta quota furono profondamente rivisti.
Il fuoco sotto la montagna: il tunnel del Monte Bianco
Il 24 marzo 1999, l’incendio nel tunnel del Monte Bianco causò 39 morti. Un camion in fiamme generò temperature estreme e una nube di fumo letale che rese impossibile l’evacuazione.
La tragedia mise in luce gravi lacune strutturali e organizzative: ventilazione inadeguata, assenza di compartimentazione, gestione transfrontaliera inefficace. Le conseguenze furono immediate: nuove normative europee, controlli più severi e una diversa concezione della sicurezza nei tunnel alpini.
Kaprun: quando l’impianto diventa una trappola
Nel 2000, l’incendio della funicolare di Kaprun, in Austria, provocò 155 morti. Le vittime rimasero intrappolate in un convoglio privo di adeguati sistemi antincendio e di vie di fuga funzionanti.
Kaprun rappresenta uno dei punti più bassi nella storia della sicurezza alpina e uno dei momenti di svolta più netti: dopo quell’evento, la progettazione degli impianti di risalita cambiò radicalmente in tutta Europa.
Everest: il prezzo umano dell’alta quota
Nel 2014, una valanga sull’Everest uccise 16 sherpa impegnati nei lavori di preparazione della stagione alpinistica. Non erano protagonisti di imprese sportive, ma lavoratori.
Quella tragedia aprì un dibattito globale sul costo umano dell’alpinismo commerciale e sulla responsabilità collettiva nella gestione del rischio in alta quota.
Prevenzione, memoria e responsabilità
Crans-Montana, come le tragedie che l’hanno preceduta, ricorda che la montagna non è mai completamente sotto controllo. Le norme possono ridurre il rischio, non eliminarlo. Ogni disastro ha lasciato in eredità regole più severe, tecnologie migliori, maggiore consapevolezza.
Ma la prevenzione non è solo tecnica: è cultura, formazione, responsabilità. Ricordare queste tragedie non significa indugiare nel dolore, ma riconoscere che la sicurezza nasce dalla memoria e dal rispetto di un ambiente che non ammette leggerezze.



