Sliding Doors, la storia bussa ancora: il Monza cade a Mantova (3-2) e si allontana dalla promozione diretta
Sconfitta dolorosa per i brianzoli, che perdono al Martelli e vengono superati dal Frosinone. La promozione diretta di allontana, in attesa dell'ultima giornata. L'analisi del match.
"Màntua me gènuit", recita l’iscrizione sulla tomba di Virgilio, nato ad Andes (oggi Pietole), a pochi km da Mantova. L'epitaffio prosegue con Calàbri rapuère, tenet nunc Partenòpe. Ovvero: il Salento (Calàbri) mi rapì, ora mi tiene Napoli.
Fatal Mantova per il Monza, che dalla terra del Vate non si genera, ma sbanda all'ultima curva perdendo la gara e il proprio destino.
Qualcuno lo chiama sfortuna, altri fortuna. Cruijff la pensava diversamente, convinto che l'unica via fosse quella dell'autodeterminazione.
Forse, più semplicemente, si chiama storia. Quella del Monza, che con la sofferenza ci convive da sempre: dalle promozioni sfumate negli anni '70 alla Serie A raggiunta all’Arena Garibaldi. Questione di DNA, lo scenario delle Sliding Doors.
Al Martelli i brianzoli cadono 3-2 contro il Mantova al termine di una partita folle al pari del campionato di Serie B.
La tensione, a fine gara, inevitabilmente sfocia nella delusione. Conseguenza naturale di chi vive con trasporto la passione. Una partita che rispecchia le difficoltà in trasferta del Monza nel corso della stagione, con up & down e cali contro squadre di medio-bassa classifica.
Lo spettro dei play-off bussa alla porta dei biancorossi, con un futuro prossimo che, nell’eventualità, andrebbe a rievocare la cavalcata di 4 anni fa.
Perché bisogna fare i conti con la storia e la timeline del Monza è un rollercoaster di emozioni: “fino all’ultimo respiro”, come il film-manifesto della Nouvelle Vague.
E quando Allegri dice che “il calcio lo ha inventato il Diavolo” non ha tutti i torti, a conferma del fatto che non c'è nulla di scontato e tutto può accadere. E se poi la finale di ritorno dei play-off è in programma il 29 maggio, come nel 2022, ecco che la tavola sembra apparecchiata.
Ma non è finita finché non è finita. I titoli di coda di una stagione, se dovessero essere spareggi, il Monza li può ancora riscrivere.

Monza in ambasce, Mantova sugli scudi
"Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla".
Chiare, fresche ed efficaci: le parole di Pierre de Coubertin sono balsamo per la mentalità e un antidoto contro la paura. Che si combatte con l'esperienza e la capacità di adattarsi velocemente al contesto e alle situazioni. Equilibrio che il Monza non trova al Martelli, in particolare nell'approccio e nella successiva gestione.
La squadra di Bianco parte piano, appare rigida e contratta, fatica a tenere il passo dei biancobandati e va sotto 2-0 nel primo tempo (gol di Kouda e dell’ex Mancuso). Poi nella ripresa la riacciuffa, prima con Lucchesi e poi con Mota, subito dopo la traversa di Paoletti.
Bakoune ha il pallone del 3-2 al 94’, ma Bardi si oppone con una parata monstre. E dal gol sbagliato ecco il gol subito: la scucchiaiata di Fahem Benaïssa-Yahia regala la vittoria e la salvezza aritmetica al Mantova.
Aritmetica che non condanna, ma riduce al minimo le possibilità di promozione diretta dei brianzoli, che scivolano al terzo posto a -3 dal Frosinone, corsaro a Castellamare di Stabia.
La formazione di Modesto mette intensità e gamba per 90 minuti, mostrando più vivacità e costanza degli ospiti. Le armi della pressione e della riaggressione alta mandano in ambasce la retroguardia brianzola, in costante affanno nella prima frazione. Nel secondo tempo i cambi dalla panchina riattivano il Monza, che avanza il baricentro e gioca nella metà campo avversaria, finendo per concedere il fianco in transizione.
Anziché prendere il controllo i biancorossi si lasciano controllare da un Mantova più reattivo e pimpante, mentalmente libero e “leggero”, con più cattiveria e benzina in corpo.
Il 3-2 finale, dopo i continui rovesci di fronte, porta rammarico, soprattutto per non aver sfruttato appieno le proprie potenzialità. Il risultato fa male, ma l'importante è azzerare e ripartire, per l'ultima partita con l'Empoli.

La regola dei 5 secondi
Il calcio è bello perché tutti dicono la propria: si sfogano, criticano, emettono sentenze. Fa parte del gioco.
A patto che non manchi il rispetto.
Spesso si fa valere la pancia alla testa, che invece è quella che nella vita fa sempre la differenza.
La testa. Un sistema complesso esattamente come il gioco del pallone: tante cose si possono controllare, ma gli episodi no.
Sono “fattori” che determinano e non si possono padroneggiare, entrano nel territorio delle “Sliding Doors” muovendo “Le onde del destino”. Cinematograficamente.
Al 94’ di Mantova-Monza Bakoune ha il match ball per ribaltare il risultato: miracolo di Bardi, gol dei virgiliani un minuto dopo.
In contemporanea, al 94’ al Picco Lapadula ha la palla per tener vive le speranze di salvezza dello Spezia: il Venezia non subisce gol, finisce 2-2 e festeggia la Serie A, mandando i liguri in Serie C.
Questo è il calcio. È quello di Aguero che al 94’ segna la rete del 3-2 contro il QPR e consegna la Premier League 2011/12 al Manchester City. E di esempio ce ne sono a iosa, di storie che spaziano dalla gioia all'amarezza, due facce di una stessa moneta. Come il football: un pallone, due avversari.
E Mourinho ha ragione: “chi parla solo di calcio non sa niente di calcio".
In Italia, con la cultura del tutto e subito, non c’è abitudine nel guardare oltre il proprio naso, pesando solo risultato e mai al percorso. Il Cholo Simeone è da 14 anni sulla panchina dell’Atletico Madrid nonostante le finali di Champions perse e alcune stagioni amare. Nel nostro Paese, dopo un anno al massimo, sarebbe stato esonerato.
Quando si perde si soffre ed è normale essere delusi. È un sentimento condiviso che, però, a freddo deve essere ponderato. Con equilibrio, la bilancia della vita (e dello sport).
La testimonianza più grande è quella lasciata dall'immenso Alex Zanardi, arciere di speranza: “Quante volte m'è successo di voler mollare, sfinito... Poi ti dici, 'ancora cinque secondi!'... Non sempre, ma è successo che riaprendoli li ho visti indietro, avevano mollato loro!".
Per chi vive, invece, facendo dietrologia intestandosi il più classico dei luoghi comuni “io l’avevo detto”, scendendo dal carro con la velocità della luce, potrebbe crogiolarsi nella lettura di Leopardi o Schopenhauer.
Per chi resta: mai mollare, crederci sempre.
Di Andrea Rurali



