Shrek 5, uscita nel 2027: cast, trailer e ultime news
Shrek 5 arriverà al cinema nel 2027 con Mike Myers, Cameron Diaz, Eddie Murphy e Zendaya. Trailer, cast, figli cresciuti e ultime novità.
Shrek 5, uscita nel 2027: cast, trailer e ultime news
C’era una volta un orco che detestava le favole. Poi quell’orco è diventato una favola, un franchise, un’icona, un repertorio inesauribile di meme e, inevitabilmente, un bene troppo prezioso perché Hollywood accettasse di lasciarlo invecchiare serenamente nella sua palude.
Shrek 5 arriverà nei cinema il 30 giugno 2027, data oggi indicata ufficialmente da DreamWorks e Universal. Saranno trascorsi diciassette anni da Shrek e vissero felici e contenti, quarto capitolo della serie principale, uscito nel 2010. Diciassette anni sono molti per un sequel e pochissimi per l’industria contemporanea, dove ormai nessun personaggio davvero popolare può considerarsi definitivamente pensionato.
E così rieccoli: Mike Myers è Shrek, Cameron Diaz è Fiona, Eddie Murphy è Ciuchino. Tre voci che appartengono ormai al personaggio quasi quanto il verde della pelle dell’orco. A loro si aggiunge Zendaya, scelta per interpretare Felicia, la figlia di Shrek e Fiona, mentre Marcello Hernández e Skyler Gisondo danno voce ai fratelli Fergus e Farkle.
Shrek è diventato padre. Noi siamo diventati vecchi

È forse questa la vera trovata narrativa, prima ancora di conoscere la trama: il tempo è passato.
Il primo Shrek funzionava perché prendeva il mondo rassicurante delle fiabe e lo sporcava di fango, sarcasmo, rutti, equivoci sessuali e cultura pop. Il principe poteva essere insopportabile, la principessa non aveva bisogno di essere salvata e il protagonista era quanto di meno disneyano si potesse immaginare.
Ora i bambini che nel 2001 ridevano davanti a Ciuchino hanno magari figli che guardano TikTok sul loro telefono. E Shrek, coerentemente, si ritrova con una famiglia cresciuta.
Nel trailer diffuso il 16 giugno 2026, Fergus e Farkle non sono più i piccoli orchetti che ricordavamo. La famiglia si mette nuovamente in viaggio, incontra creature più o meno improbabili e finisce persino dietro le sbarre, mentre Ciuchino pensa bene di trasformare la prigione in un karaoke improvvisato. Felicia, nonostante Zendaya sia il nome nuovo più importante del cast, non compare invece nell’ultimo trailer.
La trama vera, prudentemente, DreamWorks continua a non raccontarla. Ed è meglio così. In un’epoca nella quale i trailer spesso sembrano riassunti di tre minuti dei film che dovrebbero promuovere, sapere qualcosa in meno può essere considerato quasi un servizio allo spettatore.
Il problema è che Shrek oggi dovrebbe prendere in giro anche Shrek
Il punto interessante sarà capire che cosa possa ancora rappresentare Shrek.
Nel 2001 l’orco era una specie di sabotatore entrato abusivamente nel castello dell’animazione tradizionale. Prendeva di mira Disney, le principesse, le canzoni, il lieto fine e un certo zucchero che il cinema per famiglie aveva distribuito con generosità industriale.
Venticinque anni dopo, però, Shrek stesso è diventato l’istituzione.
È il paradosso più divertente del quinto film. Per ritrovare davvero lo spirito delle origini, Shrek dovrebbe avere il coraggio di prendere in giro proprio ciò che oggi rappresenta: sequel tardivi, reboot, nostalgia programmata, casting costruiti per attraversare le generazioni e vecchi personaggi riportati sullo schermo perché il pubblico riconosce il marchio prima ancora della storia.
Il trailer qualche segnale lo manda. C’è ancora il gusto della parodia, compreso un pupazzo di neve che ricorda non troppo discretamente l’universo di Frozen. C’è Zenzy, l’Omino di Pan di Zenzero, trasformato ancora una volta in strumento di comicità demenziale. E soprattutto c’è Ciuchino, probabilmente l’unico personaggio della storia del cinema capace di rendere credibile una canzone dei Police cantata dentro una cella.
Quell’animazione che ha fatto discutere i fan
C’è però un dettaglio che Internet ha notato immediatamente: Shrek non sembra più esattamente Shrek.
Il nuovo capitolo adotta un linguaggio visivo più moderno e stilizzato. Già il materiale promozionale precedente aveva provocato discussioni, e anche il trailer del 2026 ha riacceso il confronto tra chi considera inevitabile aggiornare l'estetica della saga e chi rimpiange quella ruvidità un po’ sporca, quasi tattile, che rendeva il mondo dei primi film immediatamente riconoscibile.
È una discussione meno superficiale di quanto sembri. Cambiare il volto di un personaggio sedimentato nell’immaginario collettivo significa modificare qualcosa che il pubblico non considera più soltanto proprietà dello studio. Topolino appartiene alla Disney, Batman alla Warner, Shrek alla DreamWorks; eppure dopo venticinque anni una piccola parte di quei personaggi appartiene inevitabilmente anche alla memoria di chi li ha guardati.
L’animazione può diventare più sofisticata. Il rendering può migliorare. I computer possono fare cose che nel 2001 avrebbero richiesto un miracolo. Ma la perfezione tecnica non coincide sempre con il carattere.
Shrek, in fondo, è diventato famoso proprio perché era brutto.
Hollywood ha bisogno di Shrek. Resta da capire se Shrek ha bisogno di Hollywood
Universal e DreamWorks sembrano avere pochi dubbi sul valore del marchio. Dopo Shrek 5, l’universo continuerà: è già stato annunciato anche un film dedicato a Ciuchino, con Eddie Murphy, previsto per il 2028.
Non siamo dunque davanti a una semplice rimpatriata. È una riapertura della palude.
Dal punto di vista industriale la decisione è comprensibile. Dal punto di vista cinematografico resta invece una domanda più interessante: si può riportare in vita un personaggio nato per irridere le formule senza trasformarlo a sua volta in una formula?
È qui che Shrek 5 si giocherà tutto.
Non sulla presenza di Zendaya, non sulla nuova grafica e nemmeno sul numero di battute di Ciuchino. Il quinto capitolo funzionerà se riuscirà a essere abbastanza irriverente da non trattare i primi film come reliquie da museo.
Perché Shrek non è mai stato davvero una fiaba sui mostri.
Era una storia che prendeva in giro chi pretendeva di decidere come dovessero essere le fiabe.
E sarebbe una discreta beffa se, venticinque anni dopo, fosse proprio Hollywood a dimenticarselo.



