Il 16 settembre 2026 saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Carlo Azeglio Ciampi. Un decennio è abbastanza per allontanare un uomo dalla cronaca, ma non sempre dalla memoria. E Ciampi, nella storia recente della Repubblica, continua a occupare uno spazio particolare.

Governatore della Banca d’Italia, presidente del Consiglio, ministro del Tesoro, infine capo dello Stato. Una lunga attraversata nelle istituzioni italiane, compiuta quasi sempre con lo stesso tratto: sobrietà, rigore, misura.

Morì a Roma il 16 settembre 2016, a 95 anni. Era nato a Livorno il 9 dicembre 1920. Ma le date e gli incarichi, da soli, non spiegano perché il suo nome continui a evocare qualcosa di immediatamente riconoscibile.

Ciampi fu soprattutto il Presidente che provò a riconciliare gli italiani con i propri simboli.

Dalla Banca d’Italia al Quirinale

Entrò in Banca d’Italia nel 1946. Nel 1979 ne divenne governatore e rimase alla guida dell’istituto fino al 1993.

Poi arrivò la politica, quasi senza diventare un politico.

Nel 1993, mentre la Prima Repubblica attraversava una delle crisi più profonde della propria storia, fu chiamato a Palazzo Chigi. Fu il primo presidente del Consiglio non parlamentare della storia repubblicana.

Negli anni successivi, da ministro del Tesoro nei governi Prodi e D’Alema, ebbe un ruolo centrale nel percorso che portò l’Italia a partecipare fin dall’inizio alla moneta unica europea.

Il 13 maggio 1999 il Parlamento lo elesse presidente della Repubblica. Bastò il primo scrutinio: 707 voti, un consenso amplissimo in un sistema politico già attraversato da divisioni profonde.

Cinque giorni più tardi giurò davanti alle Camere.

Cominciava un settennato destinato a lasciare un segno forse persino più culturale che politico.

Il Presidente che riportò il Tricolore nelle piazze

2 giugno

Ciampi comprese una cosa che alla fine degli anni Novanta non era affatto scontata: una Repubblica ha bisogno anche dei propri simboli.

Il Tricolore, l’Inno di Mameli, il 2 giugno, il Risorgimento, la memoria della Resistenza. Non come esercizio retorico, ma come elementi di una storia comune.

Oggi vedere migliaia di persone cantare l’inno nazionale o esporre la bandiera italiana appare normale. Allora lo era molto meno.

Ciampi provò a costruire un patriottismo repubblicano che non fosse nazionalismo. Un’identità italiana che non fosse contrapposta all’Europa.

Nel 2005 lo condensò in poche parole: «C’è bisogno di Italia in Italia».

Visitò tutte le province italiane. Portò il Quirinale fuori dal Quirinale, cercando un rapporto diretto con territori e cittadini. L’immagine che ne rimase fu quella di una Presidenza autorevole, persino severa, ma non distante.

E accanto a quell’uomo così misurato c’era quasi sempre qualcuno di decisamente meno prevedibile.

Franca Pilla, molto più di una first lady

Franca Pilla e Carlo Azeglio Ciampi si sposarono nel 1946. Rimasero insieme fino alla morte dell’ex presidente, settant’anni dopo.

Avevano caratteri differenti.

Lui istituzionale, controllato, attento alle parole. Lei spontanea, diretta, capace di dire ciò che pensava anche quando il protocollo avrebbe probabilmente suggerito il contrario.

Franca non fu mai una presenza ornamentale al fianco del Presidente. Partecipava, parlava, commentava. E qualche volta finiva sui giornali.

Uno degli episodi più ricordati risale al 2001 e racconta, forse meglio di molte biografie, la coppia presidenziale.

«Enrico Papi? È un cretino»: l’incidente che diventò storia

Durante il Dopofestival di Sanremo del 2001, Enrico Papi partecipò a un collegamento con Buenos Aires nel quale ironizzò sulla parlata di Carmelina D’Antuono, funzionaria del Consolato generale italiano e figura di riferimento delle scuole italo-argentine.

Nella comunità italiana in Argentina scoppiarono le polemiche.

Poche settimane dopo Ciampi arrivò nel Paese per una visita di Stato. Il 14 marzo Franca incontrò alcuni studenti del liceo italiano Cristoforo Colombo di Buenos Aires.

I ragazzi le raccontarono quanto era successo.

La risposta non passò attraverso filtri diplomatici.

«Enrico Papi? È un cretino», disse Franca.

Poi attaccò quel modo di fare televisione e raccontò che lei e Carlo, quando certi programmi non piacevano, preferivano semplicemente spegnere l’apparecchio.

Sempre in quel periodo invitò i giovani a leggere invece di trascorrere troppo tempo davanti a quella che definì «tv deficiente».

Carlo Azeglio Ciampi era il Presidente della Repubblica.

Franca Pilla era Franca Pilla.

Forse anche in quella differenza stava una parte della loro forza.

Cosa rimane di Ciampi dieci anni dopo

Gli anniversari rischiano spesso di trasformare gli uomini in monumenti. Con Ciampi sarebbe un errore.

Le sue scelte economiche possono essere discusse. Come può essere discusso il percorso dell’Italia verso l’euro, il suo europeismo o il giudizio politico su quegli anni.

Ma resta difficile non riconoscere il tentativo che segnò il suo settennato: far convivere appartenenza nazionale ed europea, istituzioni e cittadini, memoria e futuro.

Quando morì, Sergio Mattarella ricordò la sua capacità di mettere credibilità e autorevolezza al servizio dell’unità del Paese.

Dieci anni dopo, molta Italia è cambiata. È cambiata la politica. È cambiata la televisione. L’euro è ormai la sola moneta che milioni di giovani italiani abbiano mai conosciuto.

Resta però l’immagine di quel signore livornese dai modi antichi che, dal Quirinale, provò a convincere un Paese spesso diviso a riconoscersi almeno nella propria bandiera.

E accanto a lui resta Franca.

Che quando l’Italia televisiva non le piaceva aveva una soluzione assai meno solenne: spegneva il televisore.

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