A Inzago, a pochi chilometri da Monza, c’è una Residenza Sanitaria per Disabili che da quasi quindici anni fa una cosa semplice e potentissima: mette le persone al centro.

La struttura, aperta nel 2009 e oggi gestita dalla Fondazione Sacra Famiglia Onlus, ospita 40 persone con patologie diverse: SLA, sclerosi multipla, esiti di ictus, malattie cardiovascolari, incidenti stradali, disabilità acquisite o presenti dalla nascita. Quadri clinici complessi, certo. Ma non è la diagnosi a definire la giornata.

Qui le attività non si impongono. Si propongono.

Al mattino si legge il quotidiano, si discutono le notizie. Chi vuole partecipa, chi non vuole resta fuori. Nessuna forzatura. Autonomia, per quanto possibile. Scelta, quando c’è la possibilità di sceglierla.

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Due volte alla settimana arrivano ospiti dal mondo dello spettacolo, dello sport, del giornalismo. In tredici anni sono passate oltre mille persone. Mille. Da Gianni Morandi a Diletta Leotta, fino a ex calciatori come Andrea Ranocchia, Antonio Nocerino e Antonio Benarrivo.

Ieri è stato il turno di Stefano Peduzzi, direttore di MonzaNews.

Durante il Covid, quando nessuno poteva entrare, le interviste sono diventate collegamenti da remoto. Non si è fermato nulla. Si è cambiato schema di gioco, non l’obiettivo.

Gli Scarrozzati: il teatro che ribalta la prospettiva

Nel 2016 nasce il gruppo teatrale “Gli Scarrozzati”. Il nome è una dichiarazione di identità, quasi una provocazione gentile.

Spettacoli comici. Testi scritti da Paolo De Gregorio. I ragazzi recitano. Chi parla in autonomia, chi con l’aiuto della tecnologia. Nessuno resta in silenzio per principio.

Il teatro li ha portati fuori dalla struttura, davanti a pubblici diversi, in contesti dove non si va a “vedere dei disabili”, ma a vedere uno spettacolo. E questa differenza cambia tutto.

Sprizziamo Musica e le scuole: la carrozzina non è contagiosa

Da tredici anni portano avanti anche un programma radiofonico settimanale, “Sprizziamo Musica”. Tema scelto, scaletta costruita, microfoni accesi. Non terapia occupazionale. Comunicazione vera.

E poi il progetto nelle scuole: “La carrozzina non è contagiosa, avvicinati”. Un titolo che è già un manifesto.

Vanno direttamente negli istituti con due o tre ospiti, compatibilmente con gli spazi del pulmino. Oppure accolgono le classi in struttura. Si parla, si ride, si fanno domande senza filtri. Si smonta l’imbarazzo prima che diventi distanza.

La metafora calcistica: non più fuori rosa

Paolo usa una metafora che funziona, soprattutto per chi mastica sport.

Queste persone, chiuse in una struttura, rischiano di essere “fuori rosa”. Non in panchina. Non in tribuna. Proprio fuori dall’elenco.

Nessuno le chiama. Nessuno le vede.

Le interviste, il teatro, la radio, gli incontri servono a questo: rimetterle in campo. Far capire che dietro la malattia c’è una persona che ha ancora molto da dire e da dare. Che può costruire relazioni. Che può fare ironia. Che può mettere in difficoltà un ospite con una domanda brillante.

E soprattutto, che non vuole essere compatita.

Leggerezza, non superficialità

L’approccio è sdrammatizzante. Leggero. Non superficiale.

Non cercano il tono strappalacrime. Non vogliono essere chiamati “poverini”. Le giornate sono già complesse. Non serve appesantirle con la retorica.

Serve il sorriso. Serve la normalità. Serve l’incontro.

In un tempo in cui si parla tanto di inclusione ma la si pratica poco, a Inzago c’è un modello concreto che funziona da anni, senza clamore, senza riflettori permanenti.

E forse è proprio questo il punto.

Non stanno chiedendo di essere speciali.

Stanno chiedendo di essere visti.

E, a giudicare da chi entra e poi torna, qualcosa lì dentro si muove davvero.