Quattro persone, 378 giorni di isolamento e una casa di appena 158 metri quadrati costruita con una stampante 3D. Non è la trama di un film di fantascienza, ma l'esperimento condotto dalla NASA a Houston, negli Stati Uniti, per studiare come gli esseri umani potrebbero affrontare una lunga missione su Marte. 

La seconda missione del programma CHAPEA si è conclusa dopo oltre un anno trascorso all'interno di un habitat che riproduce alcune delle difficoltà della vita sul Pianeta Rosso. 

Il 2 novembre 2026, l'agenzia spaziale americana ha pubblicato una fotografia dei quattro partecipanti nuovamente all'aperto, dopo mesi trascorsi in un ambiente controllato. L'esperimento, iniziato il 19 ottobre 2025, permetterà agli scienziati di studiare gli effetti dell'isolamento prolungato, delle risorse limitate e delle difficoltà di comunicazione con la Terra. I risultati dettagliati, però, devono ancora essere analizzati.

Missione CHAPEA: 378 giorni di isolamento per simulare la vita su Marte

Il progetto si chiama Crew Health and Performance Exploration Analog, abbreviato in CHAPEA, ed è stato ideato dalla NASA per comprendere come un equipaggio possa vivere e lavorare durante una missione spaziale di lunga durata.

La seconda simulazione ha coinvolto quattro volontari, ciascuno con un ruolo specifico:

Ross Elder, comandante;

James Spicer, ingegnere di volo;

Ellen Ellis, ufficiale medico;

Matthew Montgomery, ufficiale scientifico.

Per 378 giorni i partecipanti hanno condiviso gli spazi di una struttura realizzata all'interno del Johnson Space Center di Houston, seguendo un programma di attività pensato per riprodurre le condizioni operative di una missione marziana. 

L'obiettivo non era verificare il funzionamento di un razzo o simulare un vero viaggio nello spazio, ma osservare soprattutto la risposta delle persone a una permanenza così lunga in un ambiente isolato. La convivenza, la gestione delle attività quotidiane e la capacità di affrontare gli imprevisti rappresentano infatti aspetti fondamentali per qualsiasi futura spedizione umana verso Marte.

Una casa stampata in 3D di 158 metri quadrati: come vivevano i quattro volontari

Uno degli elementi più particolari dell'esperimento riguarda l'abitazione utilizzata per la simulazione. La struttura, realizzata dall'azienda ICON, misura circa 158 metri quadrati ed è stata costruita attraverso un sistema di stampa tridimensionale, impiegando un materiale denominato lavacrete. All'interno sono state ricavate quattro cabine private, una cucina, spazi comuni, postazioni di lavoro, un'area medica e zone dedicate alla coltivazione di alimenti. 

La scelta della stampa 3D non è casuale. Una delle difficoltà di una futura missione su Marte sarà trasportare dalla Terra tutto ciò che serve per costruire e mantenere un insediamento. Per questo motivo, la NASA studia anche soluzioni che potrebbero consentire di realizzare strutture utilizzando tecniche di costruzione automatizzate e, in prospettiva, materiali disponibili sul posto. L'habitat di Houston non era costruito con terreno marziano, ma permetteva di sperimentare la vita in un ambiente pensato per riprodurre alcune caratteristiche di un futuro insediamento extraterrestre.

Dalla coltivazione del cibo alle passeggiate marziane: cosa hanno fatto per un anno

I quattro partecipanti non si sono limitati a vivere insieme all'interno dell'abitazione. La NASA ha organizzato un programma di attività che comprendeva esercitazioni all'esterno dell'habitat, operazioni robotiche, manutenzione degli strumenti e coltivazione di alimenti. In un'area appositamente allestita, con un paesaggio che riproduceva la superficie marziana, l'equipaggio ha simulato passeggiate esplorative, raccolta di campioni geologici e interventi sulle attrezzature. Una parte delle attività è stata dedicata anche alla produzione di cibo fresco attraverso un sistema di coltivazione idroponica. 

Sul fronte della salute, invece, i volontari sono stati sottoposti a controlli e test fisici, compresi prelievi di sangue e valutazioni della capacità dell'organismo di utilizzare l'ossigeno durante lo sforzo. Sono stati sperimentati anche strumenti per il monitoraggio dei parametri vitali e applicazioni mediche basate sull'intelligenza artificiale. Tecnologie che potrebbero diventare particolarmente importanti durante una missione lontana dalla Terra, dove l'assistenza di un ospedale o di un medico esterno non sarebbe immediatamente disponibile.

Comunicazioni in ritardo e due settimane senza contatti: le difficoltà simulate dalla NASA

Uno degli aspetti più impegnativi dell'esperimento ha riguardato le comunicazioni. Durante CHAPEA 2 sono state riprodotte condizioni di collegamento con un ritardo di 22 minuti, una situazione molto diversa dalle comunicazioni quasi immediate a cui siamo abituati sulla Terra. In uno scenario simile, anche una semplice richiesta di assistenza può richiedere molto tempo prima di ricevere una risposta utile. 

Gli astronauti devono quindi essere preparati a prendere decisioni senza poter contare costantemente sul centro di controllo. Durante la missione è stato simulato anche un blackout completo delle comunicazioni della durata di due settimane. Un test pensato per osservare come un equipaggio possa organizzarsi e affrontare gli imprevisti quando il contatto con l'esterno viene interrotto. 

Accanto alle difficoltà operative, gli studiosi hanno prestato attenzione anche alla vita quotidiana. I partecipanti hanno condiviso momenti di svago, utilizzato strumenti musicali e gestito insieme piccole necessità personali, come il taglio dei capelli. Dettagli apparentemente secondari, ma importanti per studiare la convivenza e il benessere psicologico durante un isolamento prolungato.

Cosa ha scoperto la NASA e perché l'esperimento servirà anche per la Luna

La conclusione della seconda missione CHAPEA non coincide ancora con la disponibilità dei risultati scientifici. Non sono ancora state pubblicate analisi dettagliate dei dati raccolti durante CHAPEA 2. Il lavoro dei ricercatori proseguirà con lo studio delle informazioni relative all'alimentazione, alle condizioni fisiche, alla salute comportamentale e alla capacità dell'equipaggio di svolgere i propri compiti. 

Tra gli esperti coinvolti figura anche Grace Douglas, responsabile scientifica del progetto. I risultati potranno essere utilizzati non soltanto per preparare future missioni verso Marte, ma anche per contribuire allo sviluppo delle tecnologie e delle procedure necessarie alla permanenza umana sulla Luna. L'obiettivo è comprendere meglio quali risorse siano indispensabili e quali rischi debbano essere affrontati prima di inviare esseri umani per lunghi periodi lontano dalla Terra. 

Dopo 378 giorni, i quattro volontari hanno concluso la simulazione. Per gli scienziati della NASA inizia ora la fase di studio dei dati, quella che permetterà di valutare quanto l'esperimento possa insegnare sulle future missioni spaziali.