x

x

Il 2025 si chiude come l’anno peggiore per le carceri lombarde. I numeri parlano chiaro: 14 suicidi in dodici mesi, più di uno al mese, in un sistema che mostra crepe sempre più profonde. Un dato che colloca la Lombardia tra le regioni più colpite a livello nazionale, in un contesto già drammatico per l’intero Paese.

Una mappa del dolore che attraversa tutta la Regione

I casi di suicidio hanno interessato quasi tutti gli istituti penitenziari lombardi. Da Milano a Brescia, da Como a Mantova, passando per Monza, Vigevano e Bergamo. Il dato più allarmante arriva da Pavia, che registra tre suicidi, il numero più alto in Regione. Seguono Milano Bollate con due casi e numerosi altri istituti con un decesso ciascuno.

In totale, in Italia, i suicidi in carcere nel 2025 sono stati 80. Quattordici di questi in Lombardia.

Sovraffollamento cronico: il fattore che peggiora tutto

Carcere

Individuare una causa unica è impossibile, ma un elemento emerge con forza: il sovraffollamento strutturale. Celle pensate per due persone che ne ospitano quattro, spazi vitali ridotti al minimo, tensioni costanti.

A livello nazionale mancano circa 18 mila posti rispetto alle presenze reali, con un tasso medio di affollamento del 138,5%. In Lombardia, però, si va ben oltre:

  • Vigevano supera il 230%
  • Milano San Vittore sfiora il 235%
  • Brescia Canton Mombello oltre il 210%
  • Busto Arsizio sopra il 200%

Solo Bollate e Voghera rientrano nei limiti di capienza regolamentare.

Il carcere come “contenitore di corpi”

La denuncia è durissima. Secondo Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, il sistema ha ormai perso la sua funzione costituzionale.

“Il carcere ha abdicato al compito di reinserimento sociale ed è diventato un semplice contenitore di corpi”.

Una definizione che fotografa un modello incapace di recuperare, educare o preparare al ritorno in società.

Lavoro e reinserimento: un miraggio per la maggioranza

Dalle ispezioni dell’Osservatorio Antigone emerge un altro dato chiave: meno di un detenuto su cinque lavora all’interno degli istituti lombardi. Ancora più basso il numero di chi svolge attività per datori di lavoro esterni, fermo attorno al 7%.

Senza lavoro, senza formazione e senza prospettive, la detenzione diventa mera sopravvivenza quotidiana.

Un sistema in crisi e istituzioni in silenzio

Il bilancio finale è impietoso. Tensioni in aumento, personale sotto organico, stress crescente per gli operatori penitenziari e assenza di riforme strutturali. Secondo Antigone, il silenzio delle istituzioni è uno dei problemi principali: nessun intervento per ridurre il sovraffollamento, nessuna strategia per ridare senso alla pena.

Il risultato è un sistema che non rieduca, non tutela e non previene, ma che continua a produrre tragedie.