La pecora Brianzola esiste ancora: ecco i comuni dove viene allevata
Alla fine degli anni Novanta ne erano rimaste poche decine. Oggi la pecora Brianzola è tornata a sfiorare i duemila esemplari e viene allevata ancora anche nel nostro territorio.
C’è una Brianza che conosciamo tutti. Quella delle città, delle fabbriche, delle strade trafficate e dei capannoni.
Poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che resiste tra prati, cascine e piccoli allevamenti. Ed è qui che sopravvive ancora oggi un animale che porta addirittura il nome di questa terra: la pecora Brianzola.
Non è un soprannome e neppure una curiosità folkloristica. È una vera razza ovina autoctona lombarda, legata storicamente al territorio compreso tra Brianza, Lecchese e Comasco.
E la sua storia ha qualcosa di incredibile: dopo essere arrivata a un passo dalla scomparsa, la pecora Brianzola è riuscita a tornare a contare quasi duemila esemplari.
Quando la pecora Brianzola era parte del paesaggio
Per capire questa storia bisogna immaginare una Brianza molto diversa da quella di oggi.
Una terra fatta di cascine, piccoli appezzamenti, famiglie contadine e animali allevati anche nei terreni dove sarebbe stato più complicato portare i bovini.
La pecora locale era parte di quel mondo.
Il nome “Brianzola” si sarebbe diffuso soprattutto a partire dagli anni Trenta. Prima veniva chiamata semplicemente pecora nostrana o locale.
È un animale robusto, di taglia medio-grande, con vello bianco, orecchie lunghe e pendenti e generalmente privo di corna. I maschi adulti possono raggiungere anche gli 85-100 chili.
Una presenza che un tempo non aveva nulla di eccezionale nelle campagne del territorio.
Poi tutto è cambiato.
Da oltre 4mila capi al rischio di estinzione
La trasformazione economica e urbanistica della Brianza ha modificato profondamente anche il mondo agricolo.
Gli allevamenti sono diminuiti, molti terreni hanno cambiato destinazione e le attività tradizionali sono progressivamente scomparse.
La pecora Brianzola ne ha pagato il prezzo.
Prima della Seconda guerra mondiale gli esemplari erano oltre 4mila. Nei decenni successivi il numero precipitò.
Alla fine degli anni Novanta, secondo la ricostruzione di Slow Food, la situazione era diventata drammatica: sopravvivevano appena una sessantina di pecore distribuite in due allevamenti.
Una razza che aveva accompagnato per generazioni la vita delle campagne brianzole rischiava semplicemente di non esistere più.
La corsa per salvare la pecora della Brianza
È proprio quando la situazione sembrava compromessa che iniziò il recupero.
Nel 1999 nacque l’Associazione della Pecora Brianzola, mentre negli anni successivi partirono programmi dedicati alla salvaguardia e alla riproduzione della razza.
Nel 2004 Regione Lombardia inserì la Brianzola tra le razze di interesse zootecnico da tutelare.
Anche Monza ha avuto un ruolo in questa storia.
Nel 2007 venne promosso il progetto “Dalla pecora brianzola al cappello monzese”, con la partecipazione, tra gli altri, del Comune di Monza e del Museo Etnologico di Monza. L’obiettivo era recuperare non soltanto l’animale, ma anche una parte della cultura materiale legata alla sua lana.
Un modo per salvare qualcosa che rischiava di essere perduto due volte: come razza e come memoria.
Oggi sono quasi duemila
Il lavoro ha prodotto risultati importanti.
Gli ultimi dati dettagliati disponibili, relativi al 2023 e riportati dal progetto Razze Lombarde del CNR sulla base dei numeri ASSONAPA, indicano 1.970 animali tra iscritti e non iscritti.
Un’enormità se confrontata con le poche decine rimaste alla fine del secolo scorso.
Gli allevamenti iscritti risultavano 26, concentrati soprattutto tra Lecco, Como e la provincia di Monza e Brianza.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti.
Viene allevata ancora anche in provincia di Monza e Brianza

La pecora Brianzola non appartiene soltanto ai libri di storia locale.
Secondo i dati disponibili risultavano quattro allevamenti anche nella provincia di Monza e Brianza, nei territori di Carate Brianza, Cesano Maderno, Concorezzo e Renate.
Significa che, mentre gran parte della Brianza ha cambiato completamente volto, qualcuno continua ancora oggi ad allevare l’animale che porta il suo nome.
Molti allevamenti mantengono una dimensione familiare. Nei mesi più freddi gli animali vengono generalmente ricoverati negli ovili e portati nei prati vicini, mentre durante la bella stagione alcuni greggi raggiungono pascoli più alti.
Una pratica antica che può avere anche una funzione moderna: il pascolo aiuta infatti a mantenere vivi terreni marginali e aree che, senza attività agricola, rischierebbero progressivamente di essere abbandonate.
Una Brianza che resiste
Forse è proprio questo il fascino della pecora Brianzola.
Non è soltanto una razza animale salvata dall’estinzione.
È una piccola sopravvissuta della Brianza di un tempo.
Quella delle cascine, dei prati, degli allevamenti familiari e di un rapporto con il territorio molto diverso da quello che conosciamo oggi.
Alla fine degli anni Novanta ne erano rimaste poche decine.
Oggi sono tornate quasi duemila.
E tra Carate Brianza, Cesano Maderno, Concorezzo e Renate c’è ancora chi continua ad allevare la pecora che porta il nome della Brianza.
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