L’Italia che vogliamo: Mancini, Malagò e Maldini per tornare a sognare in azzurro
E' da lì bisogna ripartire, non dalla rassegnazione, non dall’ennesima commissione tecnica
C’è un’Italia del calcio che abbiamo amato. Un’Italia che correva, che lottava, che sapeva ancora emozionarci. La ricordiamo bene — era l’estate del 2021, era Wembley, erano quegli occhi lucidi di Roberto Mancini mentre alzava la coppa verso il cielo londinese come se volesse restituirla a tutti noi, non tenerla per sé.
Ecco: da lì bisogna ripartire. Non dalla rassegnazione. Non dall’ennesima commissione tecnica, dall’ennesimo nome straniero calato dall’alto come una soluzione che soluzione non è. Bisogna ripartire dalle persone. Da quelle giuste. E stavolta — per una volta — le abbiamo già.
Il Mancio
Chiamarlo solo “tecnico” è riduttivo. Roberto Mancini è stato, in quegli anni, qualcosa di più: un padre sportivo, un uomo di fiducia, uno che i calciatori li guardava negli occhi e sapeva cosa ci trovava dentro. Ha preso una Nazionale ferita — reduce dalla vergogna del 2017, dall’esclusione dal Mondiale in Russia — e l’ha rimessa in piedi con pazienza, con metodo, con quella capacità silenziosa di far sentire ognuno importante.

37 partite consecutive senza sconfitta: un record assoluto, più lungo di chiunque altro nella storia del calcio mondiale, Brasile compreso. Non è un numero. È il racconto di una squadra che aveva ritrovato se stessa.
La notte di Palermo esiste, certo. Brucia ancora. Ma un solo errore non cancella anni di bellezza. E soprattutto: chi, meglio di lui, conosce oggi i meccanismi di Coverciano, l’anima di questo gruppo, il modo in cui bisogna parlare a questi ragazzi? La continuità, nel calcio, non è un valore di serie B. È spesso l’unico valore che conta davvero.
Mancini ha ancora qualcosa da dare. E l’Italia ha ancora bisogno di lui.
Malagò, l’uomo scomodo che serve

Non è un uomo da prima pagina patinata. Non cerca l’applauso facile, non insegue la simpatia. Giovanni Malagò è fatto di un’altra pasta: quella dei costruttori, di chi preferisce i risultati alle dichiarazioni.
Guardate cosa ha fatto allo sport italiano. Medaglie, strutture, visibilità internazionale. Milano-Cortina 2026 organizzata con una cura che mezza Europa ci ha invidiato. Non è fortuna — è competenza. È la mentalità di chi sa che le cose si fanno bene o non si fanno.
Portate quella mentalità alla FIGC. Dategli una federazione da rimettere in ordine, e Malagò la rimette in ordine. Con Mancini, poi, c’è qualcosa di più di una stima professionale: c’è un’amicizia vera, una sintonia umana. E nel calcio — lo sappiamo — le cose funzionano quando le persone si capiscono prima ancora di sedersi al tavolo.
Paolo. Soltanto Paolo.

Esistono nomi che non hanno bisogno di cognome. Nel calcio italiano, Paolo è uno di questi.
Il capo delegazione della Nazionale non finisce mai sui giornali, eppure è lui che tiene insieme le cose quando tutto scricchiola. Lo ha fatto Oriali, nell’ombra preziosa dei grandi. Lo ha fatto Vialli — e qui la penna si ferma un momento, perché Gianluca manca ancora, manca ogni giorno, e raccogliere la sua eredità è un peso che pochi si possono permettere di portare.
Paolo Maldini se lo può permettere. Perché ha il carisma naturale di chi non ha mai dovuto conquistarsi il rispetto — ce l’ha avuto sempre, fin da ragazzo, in quel di Milanello. Perché ha imparato, in questi anni da dirigente, che il calcio moderno si gestisce anche con la testa oltre che con il cuore. E perché quando entra in uno spogliatoio, l’aria cambia. Semplicemente, l’aria cambia.
Tre storie, una missione
Tre uomini. Tre storie diverse che convergono verso un’unica direzione.
Non stiamo chiedendo miracoli. Stiamo chiedendo scelte coraggiose, semplici, umane. Stiamo chiedendo che qualcuno abbia il coraggio di dire: sappiamo chi siamo, sappiamo da dove veniamo, sappiamo dove vogliamo andare.
Mancini, Malagò, Maldini.

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fonte: mercatolive.blog
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