Monza, Izzo e il valore del “no”: altri 7 grandi rifiuti che hanno segnato la storia del calcio
Armando Izzo ha chiesto di non essere convocato per Monza-Frosinone. Ripercorriamo i casi più clamorosi — da Anelka a Tevez, da Kalinić a Icardi — per capire cause, conseguenze e lezioni per il club biancorosso
Nel calcio moderno l’obbedienza alla convocazione è spesso considerata parte integrante del ruolo di un professionista. Allenamenti, panchine e sostituzioni fanno parte di un equilibrio delicato, in cui il singolo deve convivere con le esigenze del gruppo.
Eppure, nel corso della storia recente, non sono mancati momenti in cui questo equilibrio si è spezzato. Decisioni individuali, rotture con l’allenatore o scelte di principio hanno portato alcuni giocatori a dire apertamente “no”.
Gesti che quasi mai passano inosservati e che, spesso, lasciano segni profondi nello spogliatoio e nell’opinione pubblica.
Il caso odierno che riguarda il Monza si inserisce proprio in questa lunga scia di precedenti illustri.

Izzo e il caso Monza: il rifiuto alla convocazione
La giornata di oggi si è aperta con una notizia inattesa in casa Monza: Armando Izzo ha richiesto di non essere convocato da parte di mister Paolo Bianco per la sfida contro il Frosinone.
Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito, perché un rifiuto esplicito resta un evento raro nel calcio professionistico. Il gesto ha riportato alla memoria altri episodi simili, ben più clamorosi, avvenuti negli ultimi decenni.
Mondiali e Nazionali: quando il “no” diventa un caso globale
Uno degli esempi più noti resta quello di Nicolas Anelka ai Mondiali 2010. L’attaccante francese entrò in rotta di collisione con Raymond Domenech durante l’intervallo della gara contro il Messico, rifiutandosi poi di fare marcia indietro. Il risultato fu l’espulsione dal ritiro e una frattura irreversibile all’interno della nazionale.
Otto anni dopo, ai Mondiali in Russia, toccò a Nikola Kalinic. Il centravanti croato rifiutò di entrare in campo contro la Nigeria, venendo immediatamente escluso dal torneo. La Croazia arrivò fino alla finale senza di lui ed egli rifiutò persino la medaglia d'argento, dichiarando di non meritarsela.

Club e spogliatoi: i grandi rifiuti che hanno fatto rumore
A livello di club, il caso di Carlos Tevez al Manchester City resta emblematico. Nel 2011, durante una partita di Champions League, l’argentino si oppose all’ingresso in campo da subentrante, entrando in aperto conflitto con Roberto Mancini. Una frattura lunga mesi, sanata solo con il ritorno decisivo dell’attaccante nella corsa al titolo.
All’Inter, nel 2019, Mauro Icardi rifiutò di seguire la squadra in Europa League dopo la revoca della fascia da capitano, a causa di tensioni contrattuali e commenti pubblici della allora moglie-agente Wanda Nara. Una scelta che portò all’isolamento del giocatore e segnò la fine della sua esperienza in nerazzurro, poi trasferitosi al PSG.
Più recente e altrettanto simbolico il caso di Kepa Arrizabalaga, che con il Chelsea rifiutò la sostituzione nella finale di Coppa di Lega contro il Manchester City, mettendo in discussione l’autorità dell’allenatore davanti a milioni di spettatori e suscitando lo sdegno della dirigenza.
Cassano, Panucci e altri “no” italiani
In Italia, episodi simili non sono mancati. Christian Panucci, nel 2004, si rifiutò di entrare in campo con la Roma a Reggio Calabria, scatenando lo scontro con Fabio Capello e una multa pesantissima di 120 mila euro. L'allora tecnico giallorosso dichiarò persino: "Non voglio più vederlo".
Anche la carriera di Antonio Cassano è stata costellata di rotture e gesti di insubordinazione, tra Sampdoria e altre esperienze, che hanno spesso avuto conseguenze disciplinari immediate. Nel 2010 rifiutò di partecipare a una cena organizzata dall'allora presidente Riccardo Garrone, scatenando un litigio verbale che portò alla richiesta di risoluzione del contratto da parte del club. Sospeso e multato, Cassano fu escluso dalla squadra per mesi, passando poi al Milan. Questo non fu l'unico episodio: nel 2017, tornò ad allenarsi con la Samp ma fu bandito dalle sessioni per motivi disciplinari.

Cosa insegna il caso Izzo al Monza
Il rifiuto di Izzo riporta al centro un tema sempre attuale: il confine tra diritto individuale e dovere professionale. Ogni episodio fa storia a sé, ma le conseguenze sono quasi sempre le stesse: tensioni interne, prese di posizione della società e un inevitabile riflesso sull’ambiente.
Per il Monza, la gestione del caso sarà fondamentale per evitare che un singolo gesto diventi un problema collettivo. La storia del calcio insegna che il “no” può essere un atto isolato o l’inizio di una frattura più profonda. Molto dipenderà da come verrà affrontato nei prossimi giorni.



