Monza, quarant’anni fa era così: viaggio nella città del 1986
Un viaggio nella Monza del 1986 tra piazze, lire, vecchie auto, telefonate da casa e ricordi. Quarant’anni dopo, quelle immagini fanno ancora emozionare.
Basta una fotografia.
Non servono effetti speciali, ricostruzioni o vecchi filmati restaurati. Basta guardare piazza Trento e Trieste nel 1986: il prato intorno al Monumento ai Caduti, le automobili parcheggiate, i colori leggermente sbiaditi di una cartolina, i tetti di Monza e le montagne sullo sfondo.
Sono passati quarant’anni.
Chi c’era allora probabilmente riconoscerà immediatamente qualcosa. Chi nel 1986 era bambino forse ricorderà una mano stretta a quella dei genitori, un negozio, una domenica pomeriggio, un autobus preso per andare in centro.
Ma c’è qualcosa di curioso: questa Monza può mancare persino a chi non l’ha mai vissuta.
Perché osservandola abbastanza a lungo si ha quasi l’impressione di ricordarsela.
Monza nel 1986, quando il futuro sembrava ancora lontanissimo
Proviamo per qualche minuto a dimenticare il 2026.
È il 1986 e siamo a Monza.
Non esiste WhatsApp. Non esistono Google Maps, Instagram e Amazon. Il telefono di casa ha un filo e, quando squilla, prima di rispondere non sai chi c’è dall’altra parte.
Se devi incontrare qualcuno, bisogna accordarsi prima.
“Alle cinque davanti all’Arengario”.
E alle cinque devi esserci davvero.
Non puoi scrivere “sto arrivando” mentre sei ancora dall’altra parte della città. Non puoi condividere la posizione. Se l’altro tarda, aspetti.
Guardi la gente passare. Entri magari in un negozio. Poi torni fuori.
La vita, semplicemente, non poteva essere aggiornata in tempo reale.
Le fotografie avevano un numero limitato. Si scattavano, il rullino finiva e bisognava aspettare per vedere come fossero venute.
E così tante giornate normalissime della Monza del 1986 non sono state fotografate da nessuno.
Oggi forse è proprio questo a renderle preziose.
Quella piazza Trento e Trieste che sembra appartenere a un’altra città
La fotografia del 1986 è quasi uno scherzo della memoria.

Il Municipio è lì. Il Monumento ai Caduti è lì. Gli edifici sono riconoscibili.
Eppure tutto sembra diverso.
Attorno al monumento c’è il verde. Le automobili occupano generosamente gli spazi del centro. Le carrozzerie hanno i colori e le forme di un’Italia che ormai vediamo quasi soltanto nei vecchi film.
Non c’è ancora la piazza che conosciamo oggi.
E soprattutto Monza non è ancora capoluogo della provincia di Monza e Brianza.
Ma sono informazioni che sulla fotografia non si vedono.
Quello che si vede è molto più semplice.
Si vede un giorno qualsiasi.
Ed è proprio questo che stringe un po’ lo stomaco.
Perché nessuna delle persone che attraversavano quella piazza poteva sapere che, quarant’anni dopo, qualcuno avrebbe osservato quelle automobili parcheggiate provando nostalgia.
Per loro era soltanto martedì. O sabato. O una mattina prima del lavoro.
Il centro era un luogo, non uno sfondo per il telefono
C’era già traffico. C’erano problemi, ritardi, preoccupazioni e giornate storte.
Il 1986 non era un paradiso.
Ma il rapporto con la città era diverso.
Si usciva per andare in centro, non per essere contemporaneamente in centro e dentro altre dieci conversazioni digitali.
Le vetrine avevano un peso maggiore perché, per vedere cosa vendeva un negozio, bisognava passarci davanti.
Il giornale era ancora un oggetto da comprare e piegare sotto il braccio. Per cercare un numero di telefono c’erano gli elenchi. Per telefonare fuori casa poteva servire una cabina.
Il sabato pomeriggio non veniva documentato in cinquanta fotografie.
Veniva vissuto e basta.
E forse è anche per questo che oggi quei ricordi sembrano avere colori così strani.
Non sono nitidi come un video in 4K.
Sono pezzi.
Una voce. Una canzone sentita alla radio. L’interno di un’automobile. L’odore di una casa. Una vetrina che non esiste più.
Le lire in tasca, le cassette e quella televisione che metteva tutti davanti allo stesso schermo
Nel portafoglio di un monzese del 1986 ci sono le lire.
Nelle automobili e nelle camerette girano audiocassette. Le videocassette stanno cambiando il modo di vedere i film in casa, ma il cinema resta ancora un appuntamento vero, con una sala, un orario e un pubblico.
La televisione non offre migliaia di contenuti da scegliere in qualsiasi momento.
Una trasmissione comincia a una certa ora e, se vuoi vederla, devi essere lì.
La sera milioni di persone possono ritrovarsi davanti alle stesse immagini.
Il giorno dopo se ne parla.
A scuola. In ufficio. Al bar.
Oggi abbiamo quasi tutto immediatamente disponibile.
Forse abbiamo perso proprio una cosa: l’attesa.
Il Parco, il Duomo, l’Arengario: erano gli stessi. Noi no
Ed è qui che la nostalgia diventa quasi ingiusta.
Perché una parte di Monza è rimasta.
Il Duomo è ancora lì.
L’Arengario è ancora lì.
Il Parco è ancora lì.
La Villa Reale è ancora lì.
Eppure basta una vecchia fotografia per capire che una città non è fatta soltanto dai suoi edifici.
È fatta dalle persone che li attraversano.
Nel 1986 c’erano bambini che oggi hanno cinquant’anni. Ragazzi che oggi sono nonni. Genitori che oggi non ci sono più.
C’erano famiglie che magari la domenica entravano nel Parco pensando che quella fosse una domenica come tutte le altre.
Non lo sapevano.
Nessuno di noi lo sa.
È questo il piccolo inganno del tempo: ci accorgiamo che un periodo della nostra vita era speciale soltanto quando è già finito.
E poi c’era il Monza, lontanissimo dalla Serie A di oggi
Anche il calcio raccontava un’altra città.
La stagione 1985-86 finì male, con il Monza ultimo in Serie B e retrocesso in Serie C1.
La Serie A, le grandi serate contemporanee e tutto ciò che sarebbe arrivato molti anni dopo sembravano lontanissimi.
Eppure la domenica arrivava comunque.
Si comprava il giornale. Si discuteva della partita. Si litigava sulla formazione.
Cambiano i giocatori, i presidenti, gli allenatori e perfino il modo di guardare il calcio.
La domenica, invece, continua ad arrivare.
Forse Monza nel 1986 non era migliore. Era semplicemente nostra
Bisogna stare attenti alla nostalgia.
Il passato tende sempre a togliersi i difetti quando lo guardiamo da lontano.
Nel 1986 c’erano problemi che oggi abbiamo dimenticato e comodità che ancora non esistevano.
Non tutto era più bello, più facile o più giusto.
Eppure qualcosa è davvero scomparso.
Una certa lentezza.
Il diritto di essere irraggiungibili.
Le fotografie che si potevano tenere in mano.
Le domeniche senza notifiche.
E quella strana certezza, tipica di quando siamo giovani, che ci sarà sempre un’altra volta.
Un altro Natale.
Un’altra estate.
Un altro giro in centro con papà.
Un altro pomeriggio con gli amici.
Un’altra telefonata alla nonna.
Poi passano quarant’anni.
Piazza Trento e Trieste cambia. Le automobili della fotografia finiscono negli album degli appassionati. Chi era bambino diventa adulto.
Alcune voci smettono di rispondere al telefono.
E una normale fotografia di Monza del 1986 diventa improvvisamente una macchina del tempo.
Forse il vero magone non viene pensando che vorremmo davvero vivere senza smartphone o tornare a pagare tutto in lire.
Viene da un’altra cosa.
Da sapere che, da qualche parte in quella fotografia, esiste ancora per sempre un pomeriggio del 1986.
Il sole è ancora quello di quel giorno. Le macchine sono ancora parcheggiate. Qualcuno sta tornando a casa. Qualcun altro sta andando a incontrare una persona che ama.
Nessuno guarda indietro.
Perché nessuno, ancora, sa che quelli diventeranno i bei tempi andati.
E forse è proprio questo che dovrebbe insegnarci una fotografia di quarant’anni fa.
Che mentre rimpiangiamo la Monza del 1986, senza accorgercene stiamo già vivendo la Monza di cui qualcuno avrà nostalgia nel 2066.
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