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Anquilletti lascia il terreno del Sada con Felice Pulici (foto Caprotti)
Anquilletti lascia il terreno del Sada con Felice Pulici (foto Caprotti)

Estate 1977: se il termine ‘tormentone’ per designare il brano musicale più trasmesso nelle radio libere e più gettonato nei juke box fosse stato già sdoganato, il duello avrebbe visto un entusiasmante testa a testa fra ‘Ti Amo’ di Umberto Tozzi e ‘Dammi Solo Un Minuto’ dei Pooh. Mentre un certo Vasco Rossi pubblicava il suo primo 45 giri ‘Jenny/Silvia’. Mostri sacri, probanti conferme e giovani rampanti. Le stesse categorie – traslate in ambito calcistico – che caratterizzano un corposo vortice di mercato tra Milan e Monza proprio in quella estate del 1977. I rossoneri del presidente Colombo – reduci da una stagione sofferta e deludente – affidano la rifondazione a Nils Liedholm e pescano, a pochi chilometri di distanza, da quel piccolo club che nel biennio precedente aveva prodotto e proposto spettacolo calcistico entusiasmante. Alla corte del Barone approdano tre beniamini del Sada: l’estroso incursore Tosetto, l’instancabile faticatore Buriani, il puro cesellatore Antonelli. La stampa specializzata di allora promuove a pieni voti la sessione estiva di mercato del Milan che – a frontiere calcistiche chiuse – si è assicurato i giocatori migliori della precedente Serie B e la mitica Fossa dei Leoni conia lo slogan “Con Buriani e con Tosetto vinceremo lo scudetto”. In realtà il popolo rossonero, a digiuno da un paio di lustri, dovrà attendere un altro anno ancora quando ad arricchire la colonia biancorossa arriverà anche il fosforo dinamico di Walter De Vecchi. 

Tornando all’estate 1977: smaltita la delusione per il sogno svanito a Modena, il presidente Cappelletti ed il riconfermatissimo mister Magni lasciano spiccare il volo ad alcuni protagonisti di due anni favolosi e si mettono al lavoro per allestire una squadra ancora competitiva in quella estenuante maratona che è la Serie B. I buoni rapporti con il Milan – parzialmente incrinati dal mancato accordo sulla permanenza in Brianza del libero Fasoli, inopinatamente dirottato dai rossoneri al Bari – consentono inizialmente (nel mercato autunnale arriveranno poi due autentici califfi del calibro di Giovanni Lorini e di Duino Gorin) un paio di  ‘colpi’ di notevole spessore: una punta da rilanciare, Massimo Silva, ed un difensore dal palmarès leggendario, Angelo Anquilletti. L’Anguilla – Campione d’Europa con la Nazionale nel 1968 – ha 34 anni ed arriva a Monza con una trafila di trofei milanisti impressionante: 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale, 2 Coppe delle Coppe, 1 Scudetto, 4 Coppe Italia. L’Anguilla era in mezzo ad altri due miti (Cudicini e Schnellinger) nella parte iniziale di una formazione che conoscevo a memoria esattamente come quella del Grande Torino. L’Anguilla ha avuto l’onore di una recensione da brividi del numero uno all time del giornalismo sportivo italiano – Gianni Brera – che di lui scrisse testualmente: “Anquilletti non è precisamente uno stilista bensì un pratico. Si attacca all’avversario, sia esso un’ala o un centravanti, e non lo molla per nessun motivo al mondo. Lo stile è rozzo ma la dedizione è tale che riesce a fare sempre la sua brava figura.” L’Anguilla è stato uno degli uomini – leggete bene: uomini non calciatori – più amati da quel fuoriclasse assoluto dei rapporti umani applicati al calcio che si chiamava Nereo Rocco, in arte El Paron. L’Anguilla venne ad abitare – con il libero Lanzi – in un appartamento in Via Buonarroti a poche decine di metri da casa mia e capitava spesso di vederlo in giro per il quartiere, antidivo per eccellenza. La mia ritrosia e la mia timidezza mi impedirono di chiedergli l’autografo. Che lui fece sempre di buon grado ad altri ragazzini. L’Anguilla chiuderà la sua splendida carriera con la maglia del Monza: 41 presenze in due stagioni. Ottima la prima con uno splendido contributo difensivo in termini di continuità, di esperienza, di sicurezza e di riferimento per i compagni. Un infortunio alla metà della seconda – quella del maledetto spareggio di Bologna – gli fece capire che era arrivata l’ora di appendere gli scarpini al classico chiodo. Viviamo ormai in un’epoca lontanissima da quella del 1977. Non mi interessa disquisire sul ‘meglio o peggio’. Per quello che sento e per ciò in cui ho sempre creduto, il valore della memoria, quando domenica prossima dalla piccionaia piena di orgoglio biancorosso del terzo anello di San Siro vedrò le squadre entrare in campo un pensiero ed un ricordo voleranno ad Angelo Anquilletti. Modesto vincitore di tutto con il Milan, umile alimentatore di uno dei sogni del ‘mio’ Monza.

Fiorenzo Dosso 

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