Peduzzi a Sportitalia
Peduzzi a Sportitalia

Ci sono momenti in cui ti rendi conto che il lavoro fatto per anni sta arrivando molto più lontano di quanto avresti immaginato. Qualche giorno fa sono stato contattato dall’addetta stampa di una delle cantanti più importanti del panorama musicale italiano. La richiesta era semplice e formulata con grande cortesia: cambiare la fotografia utilizzata in un articolo pubblicato su MonzaNews e dedicato alla sua artista.

Per qualche secondo ho pensato quasi a uno scherzo. Poi ho realizzato una cosa molto semplice: ci leggono. Non soltanto a Monza. Non soltanto in Brianza.

Ci leggono professionisti della comunicazione, artisti, personaggi televisivi e persone che probabilmente fino a qualche anno fa non avrebbero mai immaginato di imbattersi in una testata nata per raccontare un territorio.

Fabio Fazio mette “mi piace” a un post di MonzaNews

Poche ore fa un altro piccolo episodio. Mi hanno segnalato il “mi piace” lasciato da Fabio Fazio a un nostro post. Fabio Fazio, per intenderci. Può piacere o no, ma è uno dei conduttori televisivi più conosciuti d’Italia. Può sembrare una cosa banale, ma per chi ha visto nascere e crescere MonzaNews ha un significato particolare.

A questo si aggiunge un altro episodio recente. Avevo chiesto, con una certa sfacciataggine, la copia di un libro di un artista molto seguito oggi dai bambini, con l’intenzione di recensirlo. Il libro è stato spedito immediatamente.

Ma insieme è arrivata anche una proposta di intervista legata alla promozione. Se lavorassi al Corriere della Sera, probabilmente considererei tutto questo normale. Ma lavoro a MonzaNews.

Una realtà nata quasi 25 anni fa per raccontare Monza, il calcio, la Brianza e ciò che accade intorno al nostro territorio. Ed è proprio per questo che certi segnali fanno piacere.

Il valore di una squadra cresciuta in quasi 25 anni

Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare tutto questo in una celebrazione personale. Il merito appartiene soprattutto a una squadra. Una squadra che negli anni ha saputo crescere, sbagliare, cadere, rialzarsi, cambiare pelle e innovarsi. Il giornalismo digitale è cambiato profondamente.

Sono cambiate le piattaforme, sono cambiati i social network, è cambiato il modo di leggere le notizie e sono cambiati persino i tempi di attenzione del pubblico. Una cosa, però, non dovrebbe cambiare mai. La preparazione.

Podcast e giornalismo: la tecnologia non può sostituire la preparazione

Ed è qui che arriva l’altro lato della medaglia. Nei giorni scorsi sono stato ospite di un podcast dedicato all’attualità. Davanti a me c’era un ragazzo molto giovane, che per età avrebbe quasi potuto essere mio figlio.

L’intervista è durata una decina di minuti. La sensazione, però, è stata quella di trovarsi davanti a una persona che non avesse approfondito particolarmente chi fossi, cosa facessi e quale fosse il mio percorso professionale.

La prima indicazione è stata: “Stia vicino al microfono e guardi in camera”.

Dopo 25 anni di televisione, lo confesso, ho sorriso.

Mi è tornato immediatamente in mente un vecchio spot con Adriano Panatta, fermato in aeroporto da un ragazzo che intervistava le persone senza riconoscerlo.

Naturalmente io non sono Panatta. E probabilmente non ho nemmeno il suo fascino.

Ma il punto non è questo. Il punto non è riconoscere chi si ha davanti. Il punto è sapere chi si sta intervistando.

Come si prepara una buona intervista

Oggi chi vuole fare giornalismo dispone di strumenti straordinari. In pochi minuti è possibile trovare articoli, video, interviste, curriculum, profili social e informazioni su praticamente chiunque.

Proprio per questo la mancanza di preparazione diventa ancora più evidente. Prima di un’intervista bisognerebbe leggere. Cercare. Informarsi.

Farsi delle domande. Capire quale storia può raccontare la persona che abbiamo davanti.

Non serve conoscere ogni dettaglio della sua vita.

Serve però avere curiosità.Perché è dalla curiosità che nascono quasi sempre le domande migliori.

Il futuro del giornalismo passa ancora dalla curiosità

Telecamere sempre più avanzate, smartphone, podcast, intelligenza artificiale e social network hanno reso la produzione di contenuti molto più semplice rispetto al passato.

Ma produrre contenuti non significa automaticamente fare giornalismo.

Una telecamera senza preparazione resta una telecamera.

Un microfono senza curiosità resta un microfono.

Una domanda fatta senza sapere chi abbiamo davanti difficilmente porterà a una risposta interessante.

Il giornalismo, quello vero, comincia prima di accendere una telecamera.

Comincia prima di premere “rec”.

Comincia dalla voglia di conoscere.

Dalla fame di capire.

E dalla capacità di fare una domanda che valga davvero la pena ascoltare.