Guardare la ciambella e non il buco: gli episodi di Monza-Frosinone 2-2
La lezione di Lynch è troppo importante per essere sprecata. L'analisi è basata sull'osservazione, in ogni campo...anche in quello da calcio. Ecco quanto accaduto tra i brianzoli e i ciociari.
Nel calcio i risultati non sono tutto, ma hanno il potere di cambiare gli umori e i giudizi.
Molto di pancia e poco di testa.
E se gli episodi decidono le partite, è anche vero che le sentenze a caldo, spesso e volentieri, a freddo perdono il loro fondamento. Il tema non è criticare, ma farlo con trasparenza e cognizione di causa, senza farsi influenzare dal risultato o condizionare in negativo dalle emozioni. Lucidità, distacco e obiettività.
La lezione per eccellenza, in questo senso, è quella del sommo David Lynch - oracolo del cinema e maestro d’arte (che il 20 gennaio avrebbe compiuto 80 anni): “Guardate la ciambella, non il buco”.
Ovvero, concentrarsi non sulla singola parte, che talvolta può essere irrilevante, ma sulla totalità delle parti, andando oltre l’apparenza e la superficie.
Il 2-2 incassato dal Monza all’88’ contro il Frosinone in 10 ha scatenato il putiferio, con l’esclusiva volontà di cercare un colpevole ad ogni costo. Gli errori determinato le gare? Assolutamente sì. Lo stesso Cruijff sosteneva, appunto, che “nel calcio vince chi fa meno errori”.
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Il pareggio dall'88' di Monterisi
Se il gol di Monterisi fosse arrivato sul parziale di 2-0, tutto sarebbe passato in ultimo piano; al contrario si condanna il piazzamento della difesa sui calci d’angolo, che è la stessa da inizio stagione, a zona e non a uomo, come lo stesso Bianco ha sottolineato nelle conferenze stampa, evitando che i micro contatti in area possano diventare macro con l’effetto del Var o eventualmente punibili.
Delli Carri era in ritardo nello stacco e ha le sue colpe, ma è un problema di timing e non di uomini schierati all’interno dell’area. Chi apparecchia la tavole, creando i presupposti per l’affondo dei compagni, è il numero 10 del Frosinone Francesco Gelli, che - seguendo le indicazioni di Alvini – si piazza davanti a Thiam e ne infastidisce il movimento, togliendo al portiere dei brianzoli il tempo di uscita in presa alta.
Giusto evidenziare gli abbagli, i granchi, le disattenzioni. Ma è altresì opportuno farlo in modo corretto.
L’errore grave è nella situazione che genera il vantaggio di Ghedjemis: da azione pericolosa a pericolo letale e quindi da transizione positiva del Frosinone a transizione negativa del Monza (scomposto e mal messo), con Colpani “ultimo uomo” a rincorrere l’attaccante dei ciociari.
A campo aperto e in uno contro uno, ovvero la condizione che il Frosinone di Alvini sfrutta al meglio; una squadra con poco palleggio orizzontale di manovra e grande verticalità diretta, votata alla ricerca dell’ampiezza e ai duelli individuali per colpire gli avversari.
Grossa ingenuità nella lettura e, quindi, demerito del Monza, che automaticamente innesca i meriti del Frosinone, nello specifico di Ghedjemis, lucido nel trafiggere Thiam con il sinistro dopo una corsa palla al piede di 60 metri.

Calma e sangue freddo
Il Monza poteva e doveva fare di più? Certamente, senza dubbio. Il rammarico è enorme, al pari dei rimpianti per aver buttato via una vittoria nel finale.
Gli errori ci stanno e ci possono stare, ma è l’atteggiamento che non può e non deve mancare, come il calo di tensione dei biancorossi sul 2-1. A pesare è l'eccesso di confidenza nel gestire il punteggio e la poca voglia nel mordere le caviglie, avventandosi su ogni pallone e cercando di chiudere la partita con la terza rete. Al contrario del Frosinone, che ha giocato meglio in 10 mettendo cuore e attributi.
Match archiviato, giornata terminata: ora è tempo di correggere gli errori e riprendere la miglior condizione psicofisica, toccando l’apice nei mesi che contano.
Senza dimenticare due cose: la prima, che il Monza è terzo in classifica a 38 punti; la seconda, che mancano ancora 18 partite, ovvero il 48% del campionato.
Calma e sangue freddo. Occhio alla ciambella e all’obiettivo finale. Tutto il resto, come diceva Califano, è noia.
A cura di Andrea Rurali



