Perché Monza è tra le 5 città più inquinate d'Italia: ecco i 5 motivi principali
Smog a Monza, non è solo colpa del meteo. Geografia, traffico, riscaldamenti, cemento e scelte politiche spiegano perché l’aria resta irrespirabile.
Monza respira male. Non da ieri, non per caso. I dati lo confermano ogni anno, ma la sensazione la conoscono tutti: aria pesante, cielo lattiginoso, gola che brucia nei mesi freddi e un caldo estivo che sembra trattenere lo smog come una cappa. La narrazione ufficiale parla di “condizioni meteo sfavorevoli”. È vero, ma è solo una parte della storia. L’altra parte riguarda scelte politiche, modelli di sviluppo e abitudini che nessuno ha davvero il coraggio di mettere in discussione.
Ecco i cinque motivi strutturali per cui a Monza c’è troppo smog.
1. Una posizione geografica che intrappola l’aria
Monza è dentro una delle aree più critiche d’Europa dal punto di vista ambientale: la Pianura Padana. Non è una metafora, è fisica. Le montagne attorno funzionano come pareti, limitano il ricambio d’aria e favoriscono il ristagno degli inquinanti. Nei mesi invernali, con alta pressione e assenza di vento, le polveri sottili restano sospese a bassa quota per giorni, a volte settimane.
In questo contesto, ogni emissione in più non si disperde: si somma. E quando si somma, resta. Parlare di smog a Monza senza partire da qui significa raccontare solo metà del problema.
2. Traffico quotidiano fuori controllo
Monza non è solo Monza. È il centro di un sistema urbano che comprende decine di comuni della Brianza. Ogni mattina migliaia di auto entrano, escono, attraversano la città per lavoro, scuola, servizi. Il trasporto pubblico non regge il confronto con l’auto privata, soprattutto nei collegamenti intercomunali.
Il risultato è una pressione costante sulle strade, con picchi nelle ore di punta che trasformano viali e tangenziali in corridoi di emissioni. Non è solo una questione di numero di veicoli, ma di uso sistematico dell’auto anche per tragitti brevi. Un’abitudine consolidata, mai davvero contrastata con politiche radicali.
3. Riscaldamenti domestici vecchi e inquinanti
Quando arriva l’inverno, il problema si amplifica. Molti edifici utilizzano ancora caldaie obsolete, a gas o peggio a gasolio. In alcune abitazioni sopravvivono stufe e camini a biomassa che, se non di ultima generazione, producono quantità significative di polveri sottili.
Il paradosso è evidente: mentre si discute di mobilità sostenibile, una quota rilevante dell’inquinamento invernale arriva dalle case. Ma intervenire sugli impianti privati è politicamente più scomodo che limitare il traffico per qualche domenica.
4. Cementificazione e assenza di corridoi verdi

Negli ultimi decenni Monza e la Brianza hanno consumato suolo in modo continuo. Capannoni, parcheggi, centri commerciali, nuove palazzine. Ogni metro quadrato impermeabilizzato è un metro in meno che assorbe calore, trattiene polveri, favorisce il raffrescamento naturale.
Il verde urbano esiste, ma è frammentato. Manca una vera rete ecologica che permetta all’aria di muoversi e alla città di respirare. Il grande parco è un’eccezione, non la regola. Intorno, troppo asfalto e troppo cemento per compensare.
5. Politiche ambientali timide e difensive
L’ultimo motivo è forse il più delicato, perché chiama in causa la politica. A Monza, come in molte città medie del Nord, le misure anti-smog arrivano quasi sempre in emergenza: blocchi temporanei, ordinanze a scadenza, appelli alla responsabilità individuale.
Manca una strategia strutturale di lungo periodo. Mancano scelte impopolari ma necessarie. Ridurre davvero lo spazio alle auto, investire massicciamente nel trasporto pubblico, accelerare la riqualificazione energetica degli edifici. Tutto questo costa consenso, non solo denaro. E così si rimanda.
Un problema ambientale che è anche culturale
Lo smog a Monza non è solo un dato tecnico. È il risultato di un modello di vita che funziona finché l’aria sembra invisibile. Ma invisibile non è. Entra nei polmoni, incide sulla salute, accorcia l’aspettativa di vita.
Continuare a trattarlo come una fatalità geografica è comodo, ma falso. La geografia pesa, sì. Ma il resto lo fanno le scelte umane. E quelle, volendo, si possono cambiare.



