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Il decreto flussi continua a mostrare criticità strutturali. In Lombardia, a quasi due anni dai click day del 2024, il sistema registra numeri che raccontano una sproporzione evidente tra richieste e permessi effettivi.

Nel 2024 sono arrivate alle prefetture 40.194 domande di ingresso per lavoro. I permessi di soggiorno richiesti sono stati 2.226, pari a poco più del 5,5%.

Nel 2025 le domande sono state 36.222. I permessi richiesti 2.214, poco sopra il 6%. In pratica, solo una richiesta su sedici si traduce nell’avvio concreto di un percorso regolare.

Nulla osta sì, permesso no

Il meccanismo prevede che per iniziare a lavorare sia sufficiente il nulla osta. Nel 2024 in Lombardia ne sono stati rilasciati 6.639, circa il 16% delle domande. Nel 2025 i nulla osta sono saliti a 8.864, pari al 23%.

Ma il passaggio decisivo resta il visto e poi il permesso di soggiorno. Ed è proprio qui che il sistema si inceppa.

L’analisi emerge dal quarto rapporto annuale della campagna “Ero straniero”, che ha elaborato dati ottenuti tramite accessi civici ai ministeri dell’Interno, del Lavoro, degli Affari esteri e alla Presidenza del Consiglio.

Controlli più rigidi e tempi più lunghi

Negli ultimi mesi il Governo ha intensificato i controlli su alcuni Paesi considerati a rischio di irregolarità o truffe: Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco.

Il risultato? Sulla carta meno pratiche sospese e meno visti formalmente respinti. Nei fatti, però, i nuovi filtri hanno spostato il blocco all’inizio della procedura, rallentando l’intero iter.

Il sistema appare più selettivo, ma non necessariamente più efficace nel rispondere alle esigenze del mercato del lavoro, che in Lombardia continua a chiedere manodopera in settori come assistenza domiciliare, edilizia e commercio.

Il rischio irregolarità

Polizia

Il nodo più delicato riguarda l’effetto collaterale del sistema. Non è semplice quantificare quante persone diventino irregolari, perché le banche dati non permettono di sapere con precisione quante siano effettivamente entrate in Italia.

Le stime indicano però una tendenza preoccupante: per i flussi 2024 circa una persona su sette tra quelle entrate per lavoro sarebbe rimasta senza percorso regolare consolidato. Per il 2025 la proporzione stimata sale addirittura a una su due.

Molti lavoratori, secondo il rapporto, sarebbero vittime di raggiri: pagano migliaia di euro a intermediari o a presunti datori di lavoro e, una volta arrivati in Italia, scoprono che l’assunzione promessa non esiste.

Una tutela poco utilizzata

Esiste uno strumento per evitare che queste persone scivolino nell’irregolarità. Una circolare del Viminale consente di rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione quando il datore di lavoro non formalizza l’assunzione per cause non imputabili al lavoratore.

Finora, però, il ricorso a questa misura è stato limitato.

Il risultato è un sistema che, pur nato per regolare i flussi di ingresso per lavoro, rischia di produrre un effetto opposto: alimentare precarietà e zone grigie, invece di garantire canali stabili e trasparenti.