Ferrari blindata, Antonelli tra i tifosi: due modi opposti di vivere la passione
A Monza Ferrari chiude tutto, a Imola Antonelli si apre ai fan: due visioni opposte del rapporto con il pubblico.

A Monza oggi non si è girato solo in pista. Si è giocata, fuori dai cancelli, una partita ben più delicata: quella tra una squadra che vive anche grazie al suo pubblico e un pubblico che, ancora una volta, si è trovato escluso.
Il filming day della Ferrari – 200 km, formalmente una giornata tecnica – si è trasformato in un evento fantasma. Non per i contenuti, ma per le modalità. Cancelli chiusi, accessi blindati, sicurezza ovunque. Non solo tribune inaccessibili – scelta comprensibile – ma intero perimetro reso impermeabile a qualsiasi sguardo. Persino chi provava ad affacciarsi da un muro veniva prontamente fatto scendere.

Eppure, fuori, c’era gente. Appassionati che hanno girato tutto l’Autodromo Nazionale Monza: Prima Variante, Curvone, Roggia, Lesmo, Ascari. Persone che infilavano telefoni nelle fessure dei cancelli pur di strappare un’immagine. Altri che cercavano varchi improbabili, arrampicandosi, spostandosi, aspettando. Non per vedere un risultato. Non per una gara. Solo per sentirsi parte, anche per pochi secondi, di qualcosa che sentono loro.
Qui sta il punto critico.
Dal lato contrattuale, nulla da dire: se un cliente paga per avere l’impianto in esclusiva, l’autodromo esegue. La responsabilità non è della struttura. È una scelta precisa del team. Una scelta probabilmente dettata da esigenze di sviluppo – novità tecniche in vista di Miami, segretezza, controllo delle immagini. Tutto legittimo, nel contesto iper-competitivo della Formula 1.
Ma è davvero necessario arrivare a questo livello di chiusura totale?
Perché tra proteggere informazioni sensibili e cancellare completamente il contatto con il pubblico esiste una zona intermedia. Bastava poco: alcune aree limitate, qualche punto controllato, tribune chiuse ma perimetri visivi aperti. Una gestione intelligente, non una negazione assoluta.
Il confronto diventa inevitabile se si guarda a quanto accaduto pochi giorni fa a Autodromo Enzo e Dino Ferrari durante il WEC. Lì, in mezzo a quasi 100.000 persone, Kimi Antonelli ha fatto l’esatto opposto: presenza costante, disponibilità, tempo dedicato ai tifosi. Autografi, foto, selfie. In un contesto caotico, affollato, potenzialmente ingestibile, ha scelto di esserci.

Due approcci opposti.
Da una parte, una squadra che si chiude completamente per proteggere il proprio lavoro. Dall’altra, un giovane pilota che apre il proprio tempo e la propria immagine a chi lo segue. Nessuno dei due atteggiamenti è “sbagliato” in senso assoluto. Ma uno costruisce relazione, l’altro la interrompe.
E qui la questione diventa culturale prima ancora che organizzativa.
La Ferrari non è un team come gli altri. Ha un seguito unico, trasversale, quasi identitario. Chi oggi era fuori dai cancelli di Monza non era lì per curiosità occasionale: era lì per appartenenza. Ignorare completamente questa componente rischia di essere una scelta miope, soprattutto in un’epoca in cui il rapporto diretto con i tifosi è parte integrante del valore sportivo e commerciale.

La sensazione, oggi, è che si sia perso un equilibrio. Che la necessità – comprensibile – di proteggere lo sviluppo tecnico sia diventata una giustificazione per una chiusura totale, forse eccessiva. E che, nel farlo, si sia sacrificata un’occasione semplice ma potente: restituire qualcosa a chi, da sempre, sostiene.
Perché alla fine non si trattava di far entrare migliaia di persone in pista. Bastava permettere loro di vedere. Anche solo un dettaglio. Anche solo un passaggio.
A volte, nel motorsport moderno, si protegge tutto. Anche ciò che, forse, non dovrebbe essere protetto: il legame con il proprio pubblico.




