Mancano ancora due anni alle elezioni politiche del 2027, ma la partita è già iniziata. Non nei comizi, ma nei corridoi. Non nei sondaggi settimanali, ma nelle tensioni sotterranee che attraversano sia l’opposizione sia il centrodestra.

La domanda è semplice solo in apparenza: chi può davvero sfidare Giorgia Meloni? La risposta è più complessa, perché intreccia leadership, coalizioni, ambizioni personali e un possibile riassetto del centrodestra dopo l’onda lunga del consenso.

Se oggi la premier appare saldamente al comando, il 2027 potrebbe essere un’altra storia.

Schlein tra identità e coalizione

La prima candidata naturale resta Elly Schlein. Segretaria del Partito Democratico, rappresenta l’alternativa più lineare sul piano istituzionale. Il problema non è la legittimazione interna, ma la costruzione di una coalizione larga e credibile.

Schlein ha rafforzato l’identità del Pd su diritti e lavoro, ma la vera sfida sarà trasformare quella linea in una piattaforma di governo capace di includere il Movimento 5 Stelle, le forze centriste e l’area riformista.

Il rischio è doppio: correre da sola e perdere; oppure unire tutto ma senza una leadership riconosciuta da tutti. Nel 2027 servirà una figura che tenga insieme culture politiche diverse senza apparire egemonica.

Conte e il ritorno del Movimento 5 Stelle

Conte

Giuseppe Conte resta un attore centrale. Ha ricostruito il Movimento 5 Stelle su un asse sociale e meridionale che intercetta una parte di elettorato scontento sia del Pd sia del centrodestra.

Il suo limite è strutturale: il M5S fatica a tornare forza di governo “trasversale” come nel 2018. Ma in un’alleanza di centrosinistra, Conte potrebbe essere decisivo. Da leader? Difficile. Da partner imprescindibile? Molto più probabile.

Il 2027 dirà se sarà candidato premier o kingmaker.

Renzi e la tentazione del terzo polo permanente

Matteo Renzi non ha mai smesso di muoversi come un protagonista nazionale. Il suo spazio elettorale è ridotto, ma il suo peso politico può aumentare in caso di Parlamento frammentato.

Uno scenario possibile è la costruzione di un polo centrista stabile, capace di attrarre pezzi di elettorato moderato deluso sia dal Pd sia da Forza Italia. Non abbastanza per vincere da solo, ma abbastanza per diventare l’ago della bilancia.

Il problema è sempre lo stesso: consenso reale o solo influenza mediatica? Nel 2027 questa distinzione sarà decisiva.

Silvia Salis e il fattore outsider

Silvia Salis rappresenta l’ipotesi outsider. Giovane, profilo istituzionale, esperienza sportiva e amministrativa. In un tempo di leadership stanche, una candidatura civica con forte impatto mediatico potrebbe catalizzare attenzione.

Non è uno scenario imminente, ma la politica italiana ha già mostrato come le sorprese possano emergere in pochi mesi. Servirebbe però una macchina politica solida alle spalle. Senza struttura, anche il profilo migliore rischia di restare suggestione.

Manfredi, il federatore possibile

Gaetano Manfredi potrebbe incarnare una figura diversa: non il candidato carismatico, ma il federatore del campo largo. Sindaco di Napoli, profilo tecnico-politico, dialogo trasversale.

In un centrosinistra diviso tra culture e personalismi, una figura di mediazione potrebbe risultare più efficace di un leader divisivo. Il suo punto di forza sarebbe la capacità di rassicurare sia l’area progressista sia quella moderata.

Il suo limite? La notorietà nazionale ancora non consolidata.

Marina Berlusconi, la variabile che può sparigliare

E poi c’è la variabile imprevista: Marina Berlusconi. Non ha mai fatto politica attiva, ma il suo nome continua a circolare nei retroscena come possibile riferimento di un’area liberale e imprenditoriale.

In uno scenario di tensioni nel centrodestra, con una possibile scissione guidata da Roberto Vannacci e divisioni tra i leader, l’ipotesi di una figura che richiami l’eredità moderata berlusconiana potrebbe tornare d’attualità.

Non è una candidatura probabile oggi. Ma in politica, le crisi generano soluzioni inattese.

Le crepe nel centrodestra

Il vero punto, però, non è solo chi sfida Meloni. È se il centrodestra arriverà compatto al 2027.

Un eventuale exploit elettorale di una lista identitaria guidata da Vannacci potrebbe creare tensioni nella coalizione. A questo si aggiungono le differenze strategiche tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

Finché il consenso resta alto, le divergenze si gestiscono. Se dovesse calare, potrebbero emergere leadership concorrenti e tentazioni di riposizionamento.

La storia delle coalizioni italiane insegna che l’unità regge finché conviene.

Una sfida ancora aperta

Oggi Meloni parte favorita. Ma il 2027 non è domani. Le leadership si logorano, le alleanze si trasformano, le sorprese emergono quando meno te lo aspetti.

La vera domanda non è solo chi sfiderà la premier. È quale Italia uscirà da questi anni di governo. Se l’elettorato chiederà continuità, la strada sarà in discesa per il centrodestra. Se invece maturerà una domanda di cambiamento, la partita si riaprirà.

La politica italiana, quando sembra immobile, sta solo prendendo fiato.

E nel 2027 potrebbe correre più veloce di quanto immaginiamo.