In Brianza i morti tornavano a tavola: 5 tradizioni che quasi nessuno ricorda
Cinque usanze poco note della Brianza contadina: castagne per gli antenati, zucche illuminate, biscotti e preghiere in ricordo dei morti di casa.
Nella Brianza di una volta, la festa dei morti non si esauriva nella visita al cimitero. Nelle case contadine si preparavano pietanze particolari, si lasciava del cibo per i familiari scomparsi e si tramandavano credenze che oggi sembrano appartenere a un mondo lontanissimo.
Alcune di queste usanze sono state raccolte in studi etnografici e testimonianze sulla cultura popolare brianzola. Altre sopravvivono nei ricordi delle famiglie e nelle iniziative locali. Ecco cinque tradizioni legate ai primi giorni di novembre, alcune delle quali sono ormai quasi dimenticate.
Le castagne lasciate sul tavolo per i morti
Tra le consuetudini più suggestive c'era quella di preparare castagne lessate nella serata del 1° novembre e lasciarne una parte sulla tavola. Secondo la credenza popolare, durante la notte i defunti sarebbero tornati nelle loro vecchie abitazioni per mangiarle.
Il rituale è documentato dall'antropologo Massimo Pirovano nello studio Il culto dei santi e dei defunti, pubblicato nel volume La voce della terra. Anche il giornalista Emilio Magni ha raccontato di una famiglia contadina che si riuniva attorno alle castagne, recitando il rosario e ricordando i parenti scomparsi.
La mattina successiva, i bambini potevano scoprire che le castagne erano sparite. Nel ricordo riportato da Magni, però, il mistero aveva una spiegazione molto terrena: a mangiarle di nascosto era stato un cugino più grande.
Le lumere, le zucche illuminate prima dell'Halloween moderno
Le zucche intagliate non erano sconosciute alle campagne brianzole. Secondo diverse ricostruzioni del folclore lombardo, tra Milano e Brianza esisteva l'usanza delle lumere, zucche svuotate nelle quali veniva inserita una candela.
I ragazzi le portavano in giro nei giorni tra la fine di ottobre e Ognissanti, talvolta per spaventare i passanti. La tradizione comprendeva anche visite alle abitazioni per chiedere noci, nocciole e castagne. Nella Brianza comasca, a Brenna, alcune testimonianze ricordano persino l'impiego di grosse zucchine al posto delle zucche.
Un'usanza tramandata oralmente e non esclusiva della Brianza, ma che dimostra come le pratiche legate al passaggio tra ottobre e novembre avessero radici anche nelle campagne lombarde.
Gli oss de mord, i biscotti che mettevano alla prova i denti
Accanto al più conosciuto pan dei morti, la cucina brianzola conservava un dolce dal nome particolare: gli oss de mord. Biscotti molto duri, chiari e croccanti, il cui nome richiama sia le ossa dei defunti sia quelle da mordere.
La preparazione compare in Vecchia Brianza in cucina di Ottorina Perna Bozzi. Una delle ricette tradizionali prevede nocciole tritate, farina, zucchero, albumi e aromi come limone e chiodi di garofano.
La loro consistenza era diventata quasi proverbiale. Emilio Magni ricorda anche una vecchia storiella di paese su un cliente che avrebbe preteso dal pasticciere il rimborso della dentiera rotta mordendo uno di questi biscotti. Un racconto scherzoso, naturalmente, che rende bene l'idea della loro durezza.
Testina di maiale con i ceci e la prima cassoeula

Il pranzo del 2 novembre aveva un'importanza particolare nelle famiglie contadine brianzole. Uno dei piatti tradizionali era la testina di maiale bollita, che in alcune case veniva accompagnata dai ceci.
La ricorrenza coincideva anche con l'inizio della stagione della cassoeula. Per diverse famiglie il Giorno dei Morti rappresentava l'occasione per preparare la prima dell'anno, con verze, costine, cotenne e salamini.
Non si trattava soltanto di una scelta gastronomica. Il calendario della tavola seguiva quello agricolo: con l'arrivo del freddo cambiavano gli ingredienti disponibili e tornavano i piatti sostanziosi della stagione invernale.
Il fioretto ai morti e l'abitudine di parlare con i defunti
La commemorazione aveva anche un'importante dimensione comunitaria. In diversi paesi brianzoli la tradizione del fioretto ai morti prevedeva preghiere collettive, talvolta accompagnate da una breve processione verso il cimitero.
Ma nella cultura contadina esisteva anche un rapporto più personale con i defunti. Un approfondimento storico dedicato ai cimiteri di Arcore racconta che i brianzoli erano soliti rivolgersi ai familiari scomparsi per chiedere aiuto nelle difficoltà della vita.
I problemi importanti si affrontavano in famiglia, ma potevano essere portati anche davanti alle tombe. Era un modo di continuare idealmente il dialogo con i propri cari, nella convinzione che il legame non si interrompesse con la morte. Una consuetudine più ampia della sola ricorrenza del 2 novembre, ma particolarmente significativa per comprendere il culto dei defunti in Brianza.
Queste tradizioni oggi sopravvivono soprattutto nei racconti e nelle ricerche storiche, ma alcuni elementi rimangono vivi. A Seregno, per esempio, dal 31 ottobre al 2 novembre 2026 il Gruppo Solidarietà Africa propone sul piazzale del cimitero principale le Castagne della solidarietà, con caldarroste e pan dei morti a sostegno di un progetto sanitario in Togo. Un appuntamento contemporaneo che conserva il legame tra memoria, cibo e comunità.



