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Un altro grave lutto per il calcio: dopo Mihajlovic e Pelè, è morto anche Gianluca Vialli

Scritto da Sandro Coppola  | 

Gianluca Vialli non ce l'ha fatta. L'ex centravanti, tra le altre, di Chelsea, Juventus e Sampdoria è spirato, a 58 anni, dopo aver combattuto lungamente con "l'ospite indesiderato", da lui stesso così definito, quel tumore al pancreas scoperto nel 2017. Le voci di un peggioramento delle condizioni si erano già diffuse nei giorni scorsi.  Il mondo del calcio deve purtroppo piangere un'altra icona, una rilevante perdita per questo sport, ma non solo. Non bastava il terribile lutto di Sinisa Mihajlovic, stroncato da una leucemia, proprio a pochi giorni dalla festività di Natale a creare un vuoto già incolmabile. Nei giorni scorsi anche la scomparsa di Pelè, un periodo maledetto per il mondo del calcio. 

Addio a Gianluca Vialli, ex campione di Juventus e Nazionale

Le condizioni di Vialli sono apparse molto critiche intorno alla metà di dicembre, col nuovo ricovero in clinica a Londra (dove aveva già sostenuto due cicli di chemioterapia in passato), successivo al suo annuncio di sospensione, si sperava momentaneamente, dalla mansione di Capo Delegazione azzurro.

Morte Vialli, dalla Cremonese alla Juventus: la carriera di Gianluca con uno scudetto alla Sampdoria passato alla storia

Vialli, classe 1964 nativo di Cremona, ha mosso i primi passi all'Oratorio di Cristo Re, prima di passare al vivaio del Pizzighettone e poi nella Cremonese. Quella Cremonese (in cui era partito come riccioluta ala offensiva, trasformatosi in efficace e poderoso centravanti fattucchiere del gol in blucerchiato) trampolino di lancio, nel suoi iter pallonaro, verso il grande calcio. Lui che vinse uno Scudetto (l'unico sinora della bacheca della Sampdoria) con il gemello del gol (suo amico fraterno) Roberto Mancini, stoppando, per lo meno in parte, il monopolio delle big italiane nell'Albo d'Oro tricolore. La grande ambizione e tenacia gli permise di alzare, al termine del suo ciclo juventino, l'ambita Coppa dei Campioni nel 1996, prima di trasferirsi in Inghilterra dove si sdoppiò nel ruolo di allenatore-giocatore ed in cui conquistò nove titoli, tra cui la Coppa delle Coppe (la seconda dopo quella alzata con la Doria) coi Blues del Chelsea.

Personalità intelligente, flessibile, sensibile, elegante, ha sempre valorizzato, a sua immagine e somiglianza e col suo stile, i ruoli che ha ricoperto: dal calciatore, all'allenatore, da dirigente, a quello di opinionista tv, ruolo svolto con estrema competenza e sobrietà. Ha scritto persino un libro dove esplicava le differenze tra il calcio italiano e quello inglese, seguito successivamente da altre due opere come Goals e il docufilm La bella stagione. Nota anche la sua grande dedizione verso la beneficenza, con la creazione della "Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport".

L'immagine che resterà indelebile, nella memoria fotografica dei più, anche dopo la sua dipartita, è ineluttabilmente quella dell'abbraccio commovente, e farcito di significati, con Mancio, al termine della finale (vinta) degli Europei, l'11 luglio 2021, a Wembley; in quell'atavico e rinomato stadio, seppur riqualificato, in cui 29 anni prima persero (vi erano anche i collaboratori dello staff azzurro Lombardo, Salsano, Nuciari), immeritatamente, la finale di Coppa Campioni contro il Barcellona, in blucerchiato: "In quell'abbraccio c'era il ricordo del ko a Wembley nella finale di Coppa Campioni contro il Barcellona, la gioia per aver raggiunto un traguardo inaspettato e la paura per le mie condizioni di salute. Tanti sentimenti in un colpo solo ed è venuto tutto fuori. Un abbraccio più bello dei passaggi che facevo a Mancini per fare gol", fu il suo pensiero per spiegare quel naturale gesto. Quello fu un cerchio che si chiuse, un gran lieto fine. Anche in ottica Nazionale italiana, visto che con quella maglia non vi erano state grosse soddisfazioni da calciatore, se non per un titolo con la selezione Militare nel 1987. Un lieto fine che purtroppo non si è concretizzato con la sua malattia.

Vialli, da sportivo di illimitata levatura, ha saputo convivere con le sconfitte sul campo, riuscendo poi sovente a reagire e a rinascere dalle delusioni durante il percorso, anche quando veniva messo in discussione. La sua prematura scomparsa non è una sconfitta, "il compagno di viaggio che avrebbe evitato volentieri" non gli ha dato purtroppo scampo, la sua tenacia, forza di volontà, generosità, umanità (quante lacrime versate per il suo sfortunato compagno di squadra Andrea Fortunato nel 1995), dignità, non sono bastate per tenerlo ancora in vita. Il suo ricordo però, senza volerci aggrappare a dei luoghi comuni o frasi di circostanza, rimarrà vivo nel cuore di chi lo ha amato, sostenuto ma, siamo sicuri che, durante la battaglia col male, il suo coraggio sia stato apprezzato ed elogiato anche dai suoi detrattori. Gli insegnamenti che ha fornito sono lampanti e preziosi. Il rammarico è ancor più incommensurabile pensando a quanto potesse ancora dare, col suo esempio, soprattutto alle persone che, come in precedenza per lui, stanno convivendo con la sofferenza e l'inquietudine della malattia.