Il dialetto di Monza sta scomparendo: le parole che raccontano la città di una volta
Dal celebre “Bilòtt” alle espressioni della Brianza: un viaggio tra le parole del dialetto monzese, la loro storia e una lingua che rischia di perdersi.
C'è una Monza che non si trova sulle mappe e che rischia lentamente di scomparire. È quella delle parole pronunciate dai nonni, delle espressioni ascoltate in famiglia e di un dialetto che per generazioni ha accompagnato la vita quotidiana della città.
Il monzese non è semplicemente "milanese parlato a Monza". È una varietà del lombardo occidentale, storicamente molto vicina al milanese ma contaminata anche dalle parlate della Brianza. Persino all'interno della città, nel tempo, sono esistite sfumature differenti a seconda delle zone e degli ambienti sociali.
E alcune parole raccontano Monza molto meglio di quanto potrebbe fare una lunga lezione di storia.
Se sei di Monza, prima o poi qualcuno ti avrà dato del "Bilòtt"
Probabilmente la parola più curiosa è bilòtt.
A Monza non è propriamente un complimento: viene utilizzata con il significato di sciocco, stupido, sempliciotto. Ma la parte interessante è la sua origine.
Secondo la tradizione riportata anche dallo studioso del dialetto monzese Felice Camesasca, il termine sarebbe legato al generale francese Jean-Baptiste Billot, comandante della piazza di Monza durante il periodo napoleonico. I suoi proclami, considerati inutili o stravaganti dai monzesi, sarebbero diventati delle "bilottate". Da lì sarebbe nato anche il soprannome.
Ancora oggi Bilòtt è uno degli appellativi tradizionalmente associati proprio ai monzesi. Ed è un termine particolare perché viene indicato come quasi esclusivamente monzese.
Non è un caso che persino un marchio motociclistico nato a Monza abbia scelto il nome Bylot, trasformando in chiave internazionale una parola profondamente locale.
Da "Munscia" a "barlafüs": un vocabolario che racconta un'altra città
La stessa Monza, in dialetto, diventa Munscia.
Poi c'è un universo di termini che il monzese condivide, con varianti e sfumature, con il resto della Brianza e dell'area milanese.
Tra quelli tramandati nelle raccolte dedicate al dialetto compare barlafüs, parola diffusa anche fuori da Monza e utilizzata, con sfumature differenti, per indicare una persona di poco conto, inconcludente o che parla a vanvera.
C'è poi bugnòn, il rigonfiamento o foruncolo, parola appartenente più in generale alla tradizione linguistica lombarda.
E andando verso la Brianza compaiono termini ancora più lontani dall'italiano di oggi: abéet, ad esempio, indica la voglia, mentre zu-zu veniva utilizzato nelle campagne come modo affettuoso per chiamare il maiale.
Parole che oggi possono sembrare quasi incomprensibili a un ragazzo, ma che fino a qualche generazione fa appartenevano alla normalità.
Un monzese ha raccolto duemila parole per non perderle

A provare a mettere ordine in questo patrimonio è stato proprio Felice Camesasca, monzese classe 1928, che dedicò decenni alla raccolta delle parole ascoltate nella sua città.
Nel 2009 il suo lavoro portò alla pubblicazione del Breve dizionario del dialetto monzese e brianzolo, una raccolta di circa 2mila parole. Il lavoro comprendeva inoltre centinaia di espressioni legate al monzese e alle sue varianti brianzole.
Un'impresa che oggi assume un significato ancora maggiore.
Perché il problema non è soltanto sapere come si dice una parola in dialetto. Dentro quelle espressioni ci sono mestieri scomparsi, abitudini, ironia, rapporti familiari e un modo di osservare il mondo che apparteneva alla Monza di qualche decennio fa.
Il dialetto cambia, si mescola con l'italiano e inevitabilmente perde spazio. Ma basta ancora una parola pronunciata da un nonno, un soprannome o una vecchia espressione per riaprire un pezzo di storia locale.
E forse è proprio questo il bello del monzese: per raccontare Monza qualche volta non servono grandi discorsi.
Basta un bilòtt.
Su MonzaNews le notizie su Monza e sulla Brianza 24 ore su 24.



