Il 3 febbraio, puntuale come l’inverno che non molla, torna San Biagio. Non è una festa comandata, non muove folle oceaniche, non produce ponti. Eppure resiste. Resiste nelle chiese, nelle cucine, nei cassetti dove sopravvive l’ultimo panettone di Natale. Quello che “non si butta”, perché domani serve. Serve alla gola, alla tradizione, forse anche a sentirsi un po’ più protetti.

San Biagio è il santo della gola. Lo sanno anche quelli che in chiesa entrano solo per i matrimoni. La spiegazione è semplice e antica: secondo la tradizione, il vescovo armeno avrebbe salvato un bambino che stava soffocando per una lisca di pesce. Da lì, la devozione popolare. Da lì, la benedizione della gola con due candele incrociate. Da lì, un rito che attraversa secoli e arriva fino ai nostri frigoriferi.

Il santo, il miracolo e la devozione popolare

visse tra il III e il IV secolo, in Armenia. Medico prima che vescovo, martire sotto l’imperatore Licinio, santo prima ancora che simbolo. La sua figura storica si intreccia presto con il bisogno concreto delle persone: non ammalarsi, respirare, deglutire, superare l’inverno senza finire a letto con la febbre.

La Chiesa ha codificato il rito: il 3 febbraio, in molte parrocchie, si benedice la gola. Le candele sfiorano il collo, le parole sono sempre le stesse. È un gesto sobrio, rapido, quasi pudico. Nessuna promessa di miracoli, solo una richiesta di protezione. Il resto lo fa la tradizione, che come spesso accade va oltre la liturgia.

Perché proprio il panettone

Panettone

Qui entra in scena il panettone. Non un dolce qualunque, ma quello avanzato dalle feste. Secco, magari un po’ stanco, ma ancora lì. In molte famiglie si conserva apposta. “Questo è per San Biagio”, si dice. E nessuno osa contraddire.

Il motivo non è teologico, ma profondamente popolare. Il panettone è il simbolo del Natale che finisce, dell’abbondanza che lascia spazio alla parsimonia. Mangiarlo il 3 febbraio diventa un gesto di continuità: l’inverno è lungo, la salute non è scontata, meglio non sfidare la sorte. Non è fede cieca, è prudenza rituale.

C’è chi lo fa benedire, chi no. Chi ne mangia solo un pezzetto, chi affonda senza pietà. Ma il senso resta: quel dolce non è più solo un dolce. È un piccolo amuleto domestico.

Tra fede, superstizione e buon senso

Chiamarla superstizione è facile. Liquidarla come folclore pure. Ma sarebbe riduttivo. La tradizione del panettone di San Biagio racconta un Paese che non ha mai separato del tutto il sacro dal quotidiano. Non si chiede al santo di guarire una polmonite, ma di accompagnare. Di “tenere lontani i mali”, come si diceva una volta.

È un rito che non pretende adesione totale. Nessuno si scandalizza se lo salti, nessuno ti guarda storto se non ci credi. Ma quasi tutti, almeno una volta, lo hanno fatto. Perché costa poco, non fa male, e al massimo ti sei mangiato un pezzo di panettone.

Le varianti locali e il filo comune

Non ovunque è panettone. In alcune zone si benedice il pane, altrove dolci fatti in casa. Cambia il cibo, non cambia il senso. Il 3 febbraio è un confine simbolico: il freddo è ancora lì, ma la primavera inizia a intravedersi. È il momento giusto per chiedere protezione, senza eccessi.

In Lombardia il panettone è quasi un dogma. In altre regioni la tradizione è più sfumata, ma presente. Segno che non è un’invenzione recente, né una moda social. È una consuetudine che si tramanda senza clamore.

Un rito che sopravvive perché non impone

San Biagio non divide, non polarizza, non fa discutere. Forse è per questo che resiste. Non chiede fede assoluta, non promette miracoli garantiti. Offre un gesto, un giorno, un pezzo di dolce. Il resto lo mette chi partecipa.

E così, anche nel 2026, tra termometri digitali e antibiotici, c’è ancora chi domani tirerà fuori quel panettone. Magari sorridendo. Magari dicendo “non si sa mai”. Non è arretratezza. È memoria collettiva. Ed è anche un modo semplice per iniziare febbraio con un augurio di salute. Senza proclami, senza illusioni. Con un morso soltanto.