Ogni anno i flussi migratori spingono molti giovani calabresi, una volta terminati gli studi, a trasferirsi al Nord in cerca di opportunità lavorative o per realizzare i propri sogni. Tra questi, sono tantissimi i ragazzi di Catanzaro che oggi vivono in Brianza, sospesi in un continuo vai e vieni per rimanere vicini ai propri cari. 

Per questa comunità, il legame più forte con la terra natia è rappresentato dal calcio: ogni weekend, la passione per la squadra del cuore accende i cuori di migliaia di emigrati calabresi in Lombardia. Quei novanta minuti più recupero valgono quasi un ritorno a casa, un momento di totale condivisione con la propria gente.

Per questi ragazzi, la finale playoff significa tantissimo. Significa accarezzare un sogno chiamato Serie A che manca da oltre quarant'anni, e regalare a una nuova generazione di tifosi giallorossi la gioia della massima serie, con la promessa di fare di tutto per difenderla.

Per il Monza non sarà una sfida facile. Il Catanzaro ha già messo in seria difficoltà la squadra brianzola nelle sfide precedenti e il fortino del "Ceravolo" – insieme al vento caratteristico che distingue la realtà catanzarese da qualsiasi altra – può rivelarsi determinante per gli uomini di Alberto Aquilani, che stanno vivendo una cavalcata straordinaria. Una finale tutt'altro che casuale, considerando che i giallorossi presidiano stabilmente le zone alte della classifica da tre anni consecutivi, viaggiando sulle ali dell'entusiasmo.

Abbiamo fatto il punto della situazione in casa giallorossa con Antonio Battaglia, giornalista di calciocatanzaro.it e grande appassionato dei colori giallorossi.

Catanzaro arriva a questa finale con una partita in più nelle gambe, ma con un entusiasmo travolgente e il fattore "Ceravolo". Quanto inciderà l'ambiente e, soprattutto, quel vento di cui tutti parlano?

«Il vento a Catanzaro è un fattore storico e tattico imprescindibile. Basti pensare che una leggenda come Massimo Palanca segnò 12 gol direttamente da calcio d'angolo sfruttando proprio queste correnti. Anche di recente, nella sfida contro il Palermo, quando il portiere Joronen rinviava, la palla tornava indietro virando verso destra. Dovrebbe trattarsi del vento di Scirocco: i giocatori del Catanzaro lo conoscono bene e sanno come leggerlo, mentre gli avversari spesso ci capiscono pochissimo.

Catanzaro è storicamente soprannominata la "città delle tre V": Vento, Velluto e San Vitaliano. Lo stadio Nicola Ceravolo è situato nel punto più alto della città, tanto che a fine agosto la gente ci va spesso in giacca. La città stessa è arroccata in alto — motivo per cui i cosentini ci chiamano scherzosamente "cozzolari" (da cozzolo, la parte alta). Questo vento è una variabile che ormai anche gli allenatori avversari conoscono e temono.»

Questa finale playoff riaccende anche il profondo legame sociale e migratorio tra la Calabria e la Lombardia. Che atmosfera dobbiamo aspettarci sugli spalti?

«Non può che venirmi in mente la semifinale playoff di due anni fa tra Catanzaro e Cremonese. Il Catanzaro era neopromosso, giocò ad armi pari a Cremona ma perse al ritorno. Quello, però, fu l'effettivo punto d'inizio della grande cavalcata in Serie B. A distanza di due anni, il Catanzaro si gioca di nuovo in Lombardia per una finale storica. Le nuove generazioni non hanno mai vissuto la Serie A. Negli ultimi decenni la Calabria ha registrato un importante flusso migratorio in uscita, e i legami sull'asse Catanzaro-Monza sono frequentissimi per motivi di studio o di carriera.

Nelle trasferte al Nord vediamo sempre una presenza oceanica di tifosi giallorossi. Mi immagino una macchia enorme di colore sia nel settore ospiti sia nei settori locali dell’U-Power Stadium con tifosi che arriveranno da ogni angolo del Nord Italia. La tifoseria del Catanzaro non conosce confini, ed è un dato lampante.»

Come arriva la squadra a questo appuntamento dal punto di vista psicologico e fisico?

«In città c'è un clima pazzesco. Centinaia di tifosi hanno accolto il pullman della squadra di ritorno da Palermo con cori ed entusiasmo. L'ambiente è carico e c'è grandissima consapevolezza nei propri mezzi, specialmente dopo la netta vittoria di Avellino e il dominio espresso al Ceravolo contro il Palermo. La partita del Barbera è stata diversa: il Catanzaro propone molto calcio e subire gol nei primi minuti ha cambiato l'inerzia, ma la reazione è stata da grande squadra.

C'è grande rispetto per il Monza, una formazione capace di risolvere il match con un singolo guizzo grazie a giocatori che hanno calcato palcoscenici superiori. Rispetto a noi, il Monza ha una partita in meno nelle gambe. Il Catanzaro ha meno riposo, ma ha dalla sua la continuità e l'adrenalina delle prestazioni esaltanti: vincere aiuta a vincere. Credo che Aquilani difficilmente toccherà l'undici titolare; dieci undicesimi potrebbero giocare la loro quarta partita consecutiva, proprio perché il mister ha trovato un equilibrio perfetto con questi uomini. La vera forza, poi, sta in una panchina che sa essere decisiva.»

Se dovessi fare i nomi dei leader che stanno trascinando questo gruppo?

«Impossibile non partire da Pietro Iemmello. A inizio stagione voleva alzare l'asticella e le sue interviste forti servivano proprio a motivare la squadra da vero capitano. Non è solo un bomber da doppia cifra, ma è anche l'uomo assist: riconosce prima degli altri dove fare male, arretra a galleggiare tra le linee sulla trequarti ed è l'anima della squadra.

A centrocampo Pontisso è fondamentale per tempi e letture, oltre ad avere un ottimo inserimento negli ultimi metri, mentre Petriccione detta i ritmi della manovra da regista vero. Sulle corsie Favasuli si è dimostrato indispensabile a destra per gamba e ampiezza; è uno dei profili under che Aquilani conosce benissimo dai tempi della Fiorentina Primavera. Tra gli uomini di qualità cito anche Di Francesco, D’Alessandro e Alesi. Dietro c'è l'intramontabile Brighenti, una tenuta fisica e mentale enorme — in Serie C lo chiamavamo "il Ministro della Difesa" — e il portiere Pigliacelli, che oltre a essere bravissimo tra i pali è di fatto il nostro primo regista con i piedi.»

Qual è il segreto dell'identità tattica data da Alberto Aquilani?

«Il Catanzaro ha una fisionomia chiarissima: un 3-4-2-1 con un'occupazione razionale degli spazi e la forte centralità della coppia Petriccione-Pontisso in mezzo al campo. Aquilani ha svoltato a metà stagione con questo modulo perché la squadra ha imparato ad adattarsi alla gara in corso. Il vero punto di forza è che il Catanzaro sa fare la partita, è sempre riconoscibile.

Con Pittarello centravanti fisico e due mezze punte mobili come Iemmello e Liberali che si muovono tra centrocampo e trequarti, la squadra ha trovato equilibrio senza perdere palloni sanguinosi. Quando c'è da abbassarsi lo si fa con ordine, a differenza di inizio stagione quando ci si esponeva troppo ai contropiedi. Il centrocampo regge il peso del modulo a patto che uno tra Iemmello e Liberali aiuti in fase di non possesso, e in questo le letture di Petriccione sono magistrali. La vera forza è il collettivo.»

Il modello Catanzaro stupisce per lungimiranza. Quali sono gli obiettivi a lungo termine della società?

«La proprietà della famiglia Noto è sempre stata chiarissima: programmazione, zero spese folli, sostenibilità e investimenti oculati. Hanno applicato al calcio le stesse regole della loro azienda, partendo dalle infrastrutture, dallo scouting e dallo staff tecnico. Gli organici non vengono stravolti in estate, la rosa viene puntellata con intelligenza per dare continuità a un'idea di gioco, mantenendo uno zoccolo duro che è presente sin dai tempi della Serie C.

La scorsa stagione c'era Caserta, che ha fatto da traghettatore portando avanti i principi del ciclo di Vivarini. Aquilani ha portato idee diverse, principi ancora più riconoscibili e ha inciso maggiormente. Ora il grande tema è il futuro: Aquilani, insieme ai direttori Polito e Morganti, ha offerte da categorie superiori e nessuno si sbilancia. Difficile dire se Aquilani rimarrà in caso di mancata Serie A, anche se ha ribadito che lavorare a Catanzaro è fantastico. Questa finale consolida l'idea che qui si può fare calcio ad altissimi livelli valorizzando i giovani. L'obiettivo a lungo termine resta la Serie A, ma solo attraverso un modello aziendale sostenibile.»

Infine, che avversario è il Monza e dove si deciderà la sfida?

«Il Monza è una squadra strutturata benissimo. Vorrà il controllo del match, sa difendere in modo ordinato e protegge molto bene la linea difensiva. Il loro punto di forza è l'organico: a centrocampo e sulla trequarti hanno elementi del calibro di Pessina, Hernani e Colpani, e Cutrone davanti sta diventando decisivo.

Il loro limite evidente è la concretizzazione in fase offensiva: tengono molto il pallone ma faticano a trovare la profondità. Se i trequartisti si abbassano troppo, le punte rimangono isolate e la squadra fatica a verticalizzare. Il Monza potrebbe soffrire molto se costretto a giocare su ritmi "sporchi" E poi c'è  il grande lavoro di mister Bianco, che ha saputo cancellare le scorie della retrocessione dello scorso anno e ha saputo lavorare con grande alchimia assieme ai dirigenti e al gruppo squadra. Pensa che due anni fa fu vicino a firmare col Catanzaro, ma poi andò al Modena . Di contro, il punto debole del Catanzaro è che non può assolutamente snaturarsi: se rinunciamo a palleggiare, diventiamo fragili. Dobbiamo fare la nostra partita, con coraggio.»

A cura di Antonio Scirtò

Catanzaro

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